giovedì 18 agosto 2016

Dal mio POESIE PER LA SCUOLA edito da
Youcanprint pubblico qui la seguente poesia

      IL  ROBOT


Mi chiamano Robot
E faccio solo ciò
Che un ingegnoso tecnico
Di far mi progettò
E mai nient’altro,
Perché non sono scaltro,
Giacché, pensate un po’,
Un cervello io non ho.

Io sono un automa
Con il corpo metallico;
Il mio cuore è magnetico,
Perché l’uomo m’ha messo,
Proprio dentro me stesso,
Un programma elettronico
E un motore che va
Con l’elettricità.

Se io fossi bionico
Soffrirei il solletico,
Sarei anche ironico
Con l’ occhio elettronico
E cipiglio sardonico,
Pure ho voce che computa
Le parole con tono
Un po’ radiofonico.

Sono un automa,
Mi chiamano Robot.
Sostituisco l’uomo
Per lavori precisi
Che fare lui non può.
E tu vedi perciò
Che l’uomo mi fa
Per l’aiuto che ha.

Il mio nome è Robot,
Sono solo una macchina,
E ora in fabbrica sto,
Poi ovunque sarò
Per lavori perfetti:
E stai certo che un giorno
Con un po’ d’artificio
Pure a te parlerò.



martedì 26 luglio 2016

Dal mio POESIE PER LA SCUOLA edito da Youcanprint
pubblico qui la seguente poesia.

                         PANE


Pane. Pane fresco. Pane bianco.
Pane fragrante di fuoco e di sole.
Pane benedetto dal Signore.
Pane profumato di mani materne,
Che sa d’antico, perenne lavoro,
Che sa di terra fiorita e matura,
Che sa d’amore.

Pane che brilla
Nelle mani callose;
Pane trionfante sul desco del povero;
Pane spezzato
Con trepido senso d’affetto,
Come meraviglia
Per bianche tovaglie di lino;
Pane d’altri tempi,
D’altri profumi e d’altri sentimenti.

Pane facile,
Pane semplice,
Pane senza amore, buttato a cuocere
Con gesto indifferente
Nel forno commerciale.
Pane disprezzato,
Buttato nel secchio dei rifiuti,
Rifiutato nel benessere
Come senza valore
E antica condizione del povero,
Con inconscio rancore
Per tempi di lungo soffrire.

Pane scuro pane duro,
Pane quotidiano, desiderato,
Agognato,
Divorato dagli occhi
Di cento e centomila bambini,
Che gridano, gridano
Forte la miseria del mondo,
Che gridano, gridano
Fin dentro le nostre città opulente
La cattiveria del mondo,
Che butta nei rifiuti
Preziosissimo pane
Con gesto banale e incosciente!



   




venerdì 15 luglio 2016

Dal mio POESIE PER LA SCUOLA edito da Youcanprint
pubblico qui la seguente poesia


  NON UCCIDETE IL MONDO


Non uccidete il bosco,
Non uccidete i pini
Che ora dispiegano i rami
Nell’azzurro del cielo,
Ora in cima hanno
Pennacchi di nuvole!
Non uccidete
Questi albatri e questi lecci
E gli agili carpini
Dove allegre capinere nidificano,
Dove cantano i merli
E svelte le piche
Disegnano l’aria
Di colori che mutano al volo!

Non uccidete il fiume
Che rispecchia nell’acqua
Il cielo e le nuvole
E le rondini oblique
E le vetrici verdi
Di nuovi germogli!
In viscide schiume biancastre
Non spegnete la sua voce che nelle
Mille piccole gole di rapide brevi
Canta lievi alle rive
Canzoni argentine!
Non offuscate la sua chiarità
Dove in trasparenze
Di limpida luce
Barbi guizzano
E cavedani lenti risalgono.!
Non uccidete il mare che accoglie
Le verdi acque dei fiumi
E in onde le infrange
Su rive a spruzzi di perle,
Dove spigole e saraghi
Argentei nuotano in cerchi di luce
E volano gabbiani nell’aria che intorno
L’effluvio d’alghe diffonde e di sale!

Non affogate il cielo e le stelle
                In cumuli di fumo
                Che soffocano il canto degli uccelli;
                Non fate salire alle nuvole
Nefaste volute di polveri
Che poi discendono in piogge venefiche
Sulle rosse cerase!
Non sperate nulla dal vento
Benefico che soffia da nord,
Che non può scambiare
Dai valichi dei monti
Le nuvole fumide di smog!

Non uccidete il fiume,
Non uccidete il mare,
Non uccidete il bosco,
Il cielo e il mondo,
Se non volete che la terra
Sia un’immensa bara per voi,
Che non avrete figli
Per piangere e pregare
Perché sulle sventure
Che incombono all’uomo
Dolce discenda
La pietà del Signore!













lunedì 11 luglio 2016

Pubblico qui di seguito la Premessa a Lettere,
ultima parte del mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI
edito dalle  EDIZIONI SIMPLE
                                  PREMESSA
   Vocabolari e storiografia letteraria sono concordi: la satira trae il suo nome da un piatto di varie vivande offerto agli dei, in quanto composizione di forme e contenuti variabili, di versi e prosa, cioè da ciò che è indicato con “satura”. Un miscuglio insomma, quasi un minestrone.
    D’altra parte, però, basterebbe non trascurare quello  che scrivono gli storici dell’antichità in proposito. Si coglierebbe facilmente la discendenza della satira da una specie di danze e di canti dei romani nei primi secoli, quindi da ciò che è derivato da “satyrus”.
   Dionisio di Alicarnasso, nella sua Storia di Roma arcaica (siamo nel V sec. A.C.) nel Cap. VII al punto 72.10, a proposito delle processioni, scrive: “Infatti ai danzatori armati facevano seguito i danzatori travestiti da satiri, che imitavano le danze sicinnide…..Costoro motteggiavano e imitavano i movimenti solenni, volgendoli in ridicolo”.
Sappiamo che questa tradizione popolare, diciamo anche plebea, giunge fino alle soglie dell’Impero, quando i legionari nei cortei trionfali di Cesare cantavano: “Ecco, ora trionfa Cesare che sottomise le Gallie e non trionfa Nicomede che mise sotto Cesare”.
  Se si raccogliessero e raccordassero i verbi “schernire, motteggiare,volgere in ridicolo” di cui parla Dionisio in proposito, si vedrebbe bene che questi sono i verbi propri di quella che poi sarà la satira nel suo manifestarsi nella storia letteraria. Si vedrebbe bene che, muovendo dai modi espressivi di coloro che, coperti di pelli di capre, rappresentavano i satiri, poeti e scrittori dei secoli seguenti realizzeranno opere letterarie non solo con linguaggio di scherno e motteggio, ma con raffinata ironia e  sarcasmo, come in Marziale,  di critica e denuncia e ancora di linguaggio beffardo, caustico, mordace, fino anche alla violenta fustigazione morale, come in Giovenale.
   Qui, in queste mie “lettere”, io ho voluto seguire in qualche modo sia l’una che l’altra interpretazione. Di fatto ho scritto quasi un “minestrone”, cioè un miscuglio di versi di varia misura che si congiungono in  versi più estesi nella composizione. Riguardo al contenuto, al genere, però ho tentato, così come m’è venuto, di seguire lo spirito ironico, di denuncia, quindi satirico,  che scaturisce dal mio senso di amarezza, da delusione profonda nei confronti del cammino dell’uomo nella storia.
   Composizioni, che ho voluto chiamare lettere, poiché con esse retoricamente mi sono rivolto a persone vive o defunte, e, curiosamente, persino alla Morte e alla Vita. Questo, però, non dovrebbe sembrare  poi tanto strano, giacché oggi non pare che ci sia tanta possibilità di comunicazione interpersonale concreta e  basata su rapporti affettivi e rilevanze emozionali. Meglio conversare con i Morti, cioè con i loro libri, e meglio parlare con se stessi, fingendo di rivolgersi alla Morte e alla Vita, che parlare in modo impersonale e convenzionale sul filo dei moderni mezzi elettronici e nelle corse affannose degli affari nell’odierno sistema di vita.
                                     L’Autore











domenica 5 giugno 2016

                                    NUOVE FORME 

  Se all’uomo della macchina e dell’energia elettrica l’arte dei futuristi, di Duchamp, ecc., aveva risposto col dinamismo delle forme, con la concettualizzazione della cosa già fatta, con l’astrattismo della visione pittorica, cioè con la frantumazione e la spazializzazione dell’immagine, oggi, all’uomo dell’informatica, della robotica, della nanotecnologia e della digitalizzazione del linguaggio, l’arte come sta rispondendo?
   E’ come dire: Dove va oggi l’arte? E’ possibile ancora l’arte?
   Lapalissianamente si può rispondere che siamo tuttora circondati da una sempre più intensa produzione di opere che sono definite generalmente come opere artistiche. Ma allora ci si può domandare in quale senso quelle opere possano essere definite artistiche, giacché non sembrano affatto collocabili nel quadro stilististico in continuità con la tradizione, né esse sembrano più possedere  le funzioni  dell’arte tradizionale, checché ne dicano i critici e i teorici più qualificati.
   Il dubbio è grande, perché pare lecito poter parlare di cesura tra il prima e il dopo della tradizione, anche se molti invece parlano di continuità con la tradizione. Resta difficile però dimostrare che, ad esempio, un taglio di Fontana  e una scultura di Moore possano collocarsi sulla stessa linea di un Beato Angelico o di un Canova e di un Bernini.
   Se facciamo tre pupazzi impiccati ad un albero, non penso si possa dire che ciò sia una scultura, perché è solo un’idea materializzata in plastica gonfiata. Però si potrà pur sempre dire che quella è arte, in quanto siamo noi stessi ad attribuirgli una forma e un messaggio secondo la nostra intenzione. Cioè è arte solo per noi che facciamo questa affermazione. Però c’è da chiedersi se c’è un’identica percezione in noi che vediamo e contemporaneamente nell’artista che l’ha pensata e realizzata.  
   Chi può dirimere il problema?  Possiamo dirlo noi che vediamo e l’artista che ha operato? Nella questione  s’inseriscono critici e galleristi, che possono essere interessati a credere  o a farci credere ad un  messaggio inerente a quei manufatti e a dargli un valore artistico, da tradurre in valore economico per farci affari e relativi guadagni.
   Allora può sembrare che l’arte odierna non risponda tanto ai nuovi problemi espressivi posti dalle moderne tecnologie, ma che essa li consideri e li segua solo per la tangente per inserirsi  effettivamente e drammaticamente dentro al sistema economico finanziario, che oggi coinvolge e dirige ogni aspetto della vita dell’uomo.
    In sintesi allora si può dire che anche per l’arte  si è verificato e si verifica il processo di mercificazione per l’accumulo di denaro, non tanto per l’artista quanto per l’acquirente che condiziona l’artista e custodisce l’opera in vista d’un guadagno.

   In questa prospettiva, la robotica e le nanotecnologie non c’entrerebbero affatto. C’entrerebbe - eccome! – il sistema capitalistico-finanziario che materialisticamente mercifica tutto, fino a snaturare le idee e le tradizioni più profonde dell’espressività originaria dell’uomo.

lunedì 16 maggio 2016

Dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI edito
 da SIMPLE (“Stampalibri” di Macerata) pubblico qui
di seguito tre “bigliettini”

                     CAPITALISMO

Saltano mine, si squarciano corpi,
Che strappano le anime alle mamme
Per laceranti ed inesauste pene.
I fabbricanti brindano ai guadagni:
Semmai la colpa è solo delle azioni
Che una società anonima detiene!


         MOLTI  RICCHI

         Il denaro per molti  è dio fatale:
         Per divenire ricchi anche all’imbroglio
         Hanno adattato l’abito mentale,       
         Senza coscienza e quasi con orgoglio;
         Corrotti sì, ma tesi al capitale,
         Hanno l’anima dentro al portafoglio

        CORROTTI

Pur Giuda ebbe un residuo morale
Per impiccarsi all’albero
Della sua corruzione.

Se quel residuo avessimo
Noi per questa nostra
Corruttela globale,
Non basterebbero gli alberi
Oggi in vegetazione.



sabato 9 aprile 2016

          UN’INIZIATIVA ESEMPLARE DI PIERLUIGI CAMILLI

   Nei nostri paesi e nelle nostre campagne non ci sono più i poeti a braccio, quelli che improvvisavano e cantavano versi ancora nella prima metà del secolo scorso e che coi loro canti allietavano il lavoro nelle fatiche del giorno e i momenti di socializzazione e riposo nelle osterie alla sera. Ormai appartengono al passato.
   Non ci sono più per mille ragioni. Non ci sono per effetto della diffusione della stampa e della radio, dei dischi e della televisione, che hanno imposto l’ascolto di cantautori e di cantanti di canzoni, con il supporto della musica, che mancava del tutto nel canto dei poeti a braccio.
  Soprattutto la scolarizzazione generalizzata nella seconda metà del secolo scorso ha diffuso la tecnica della scrittura, con la conseguente sostituzione della cultura orale, anche in coloro che avevano potuto frequentare le sole scuole elementari. Sicché non sono apparsi più i poeti a braccio, che erano quasi sempre espressione della cultura orale, ma nella classe popolare si sono moltiplicati gli scrittori di poesie; specialmente si sono moltiplicate le poetesse, che prima erano rarissime nel canto a braccio, anzi da noi del tutto assenti.
   Alla diffusione di questi scrittori di poesie, nel paese di Moricone, un piccolo centro agricolo della Sabina Romana, ha posto la sua attenzione davvero meritoria Pierluigi Camilli, un pensionato che gestisce  un suo sito intitolato “IL nuovo Grillo Parlante di Moricone”.
   Camilli vi ha posto attenzione perché è sì un pensionato, ma è anche un poeta dialettale lui stesso e, soprattutto, perché ha una grande sensibilità culturale ed è, quel che più conta, dotato di una spontaneità creativa sorprendente.
   Ed ha preso un’iniziativa molto semplice, ma di grande significato per una pur piccola comunità culturale come quella in cui vive: ha proceduto a raccogliere ed a pubblicare, per ora solo sul suo sito, un florilegio delle opere poetiche dei suoi concittadini, non solo per  farle conoscere ad una comunità più vasta, ma soprattutto per metterle a disposizione  di eventuali studiosi interessati a ricerche culturali, letterarie  o sociologiche.
  Chi ne ha interesse o voglia semplicemente curiosare su questa iniziativa, non ha che da navigare su Internet e cliccare su www.pcamilli.net.
   Chi aprirà quel suo sito, potrà restare sorpreso dall’abbondanza delle prospettive aperte dalla creatività di Pierluigi Camilli, che non riguarda solo le sue poesie scritte in romanesco e in dialetto moriconese, ma anche i suoi interessi che spaziano dalla micologia al dialetto, dal teatro dialettale (ha dato anche vita al gruppo teatrale “U Mascaró) alla revisione letterale della storia  agiografica di Suor Colomba che va pubblicando nel suo sito, e, appunto, alla raccolta antologica delle composizioni poetiche dei suoi compaesani.
   Potrà sembrare strana la concentrazione di una decina di autori di versi in un piccolo paese com’è Moricone. Ma in questa società solo apparentemente tanto comunicativa, non sono poche le persone che sentono il bisogno di esprimere ciò che è nel fondo dell’animo. E qui non voglio accennare  alle poesie di Camilli, di cui mi riservo di parlare in altra occasione, ma voglio accennare  qui solo a qualche autore, Virgilio Antonelli ed Evaristo Lebani,  dei quali voglio riportare qui di seguito due brevi poesie raccolte nel florilegio  del “Grillo”.

Pezzi di carta
1982
Pezzi di carta al vento
di una lettera mai scritta,
parole che non dicono
del dolore di un addio.
         Virgilio Antonelli

Con gli Amici
“da Luna d'Estate”

Tristi,
arrivavamo alla sera,
correndo,
lungo le strade bagnate.
Piangevano gli alberi
e i lampioni
per le gocce di pioggia.
Privi d'amore,
piangevamo anche noi,
ridendo!
                   Evaristo Lebani

   Un’iniziativa come questa della raccolta delle poesie di autori di un singolo paese è davvero originale, ma tanto preziosa che ne andrebbe riconosciuto tutto il giusto merito a Pierluigi Camilli.
   Non solo, essa  andrebbe promossa in ogni località, anche laddove fosse presente una Biblioteca Comunale, il cui compito istituzionale più importante è proprio quello della raccolta, della classificazione e della custodia  della produzione culturale del territorio in cui essa è chiamata ad operare.
   Una iniziativa così ha almeno il valore  di testimonianza dell’attività culturale vissuta da coloro che generalmente non hanno voce, ma che pure contribuiscono con la loro creazione poetica all’arricchimento della sensibilità dell’animo umano e al potenziamento  della sensibilità comunicativa di comunità che sono tradizionalmente marginali nel mondo della cultura.