lunedì 16 maggio 2016

Dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI edito
 da SIMPLE (“Stampalibri” di Macerata) pubblico qui
di seguito tre “bigliettini”

                     CAPITALISMO

Saltano mine, si squarciano corpi,
Che strappano le anime alle mamme
Per laceranti ed inesauste pene.
I fabbricanti brindano ai guadagni:
Semmai la colpa è solo delle azioni
Che una società anonima detiene!


         MOLTI  RICCHI

         Il denaro per molti  è dio fatale:
         Per divenire ricchi anche all’imbroglio
         Hanno adattato l’abito mentale,       
         Senza coscienza e quasi con orgoglio;
         Corrotti sì, ma tesi al capitale,
         Hanno l’anima dentro al portafoglio

        CORROTTI

Pur Giuda ebbe un residuo morale
Per impiccarsi all’albero
Della sua corruzione.

Se quel residuo avessimo
Noi per questa nostra
Corruttela globale,
Non basterebbero gli alberi
Oggi in vegetazione.



sabato 9 aprile 2016

          UN’INIZIATIVA ESEMPLARE DI PIERLUIGI CAMILLI

   Nei nostri paesi e nelle nostre campagne non ci sono più i poeti a braccio, quelli che improvvisavano e cantavano versi ancora nella prima metà del secolo scorso e che coi loro canti allietavano il lavoro nelle fatiche del giorno e i momenti di socializzazione e riposo nelle osterie alla sera. Ormai appartengono al passato.
   Non ci sono più per mille ragioni. Non ci sono per effetto della diffusione della stampa e della radio, dei dischi e della televisione, che hanno imposto l’ascolto di cantautori e di cantanti di canzoni, con il supporto della musica, che mancava del tutto nel canto dei poeti a braccio.
  Soprattutto la scolarizzazione generalizzata nella seconda metà del secolo scorso ha diffuso la tecnica della scrittura, con la conseguente sostituzione della cultura orale, anche in coloro che avevano potuto frequentare le sole scuole elementari. Sicché non sono apparsi più i poeti a braccio, che erano quasi sempre espressione della cultura orale, ma nella classe popolare si sono moltiplicati gli scrittori di poesie; specialmente si sono moltiplicate le poetesse, che prima erano rarissime nel canto a braccio, anzi da noi del tutto assenti.
   Alla diffusione di questi scrittori di poesie, nel paese di Moricone, un piccolo centro agricolo della Sabina Romana, ha posto la sua attenzione davvero meritoria Pierluigi Camilli, un pensionato che gestisce  un suo sito intitolato “IL nuovo Grillo Parlante di Moricone”.
   Camilli vi ha posto attenzione perché è sì un pensionato, ma è anche un poeta dialettale lui stesso e, soprattutto, perché ha una grande sensibilità culturale ed è, quel che più conta, dotato di una spontaneità creativa sorprendente.
   Ed ha preso un’iniziativa molto semplice, ma di grande significato per una pur piccola comunità culturale come quella in cui vive: ha proceduto a raccogliere ed a pubblicare, per ora solo sul suo sito, un florilegio delle opere poetiche dei suoi concittadini, non solo per  farle conoscere ad una comunità più vasta, ma soprattutto per metterle a disposizione  di eventuali studiosi interessati a ricerche culturali, letterarie  o sociologiche.
  Chi ne ha interesse o voglia semplicemente curiosare su questa iniziativa, non ha che da navigare su Internet e cliccare su www.pcamilli.net.
   Chi aprirà quel suo sito, potrà restare sorpreso dall’abbondanza delle prospettive aperte dalla creatività di Pierluigi Camilli, che non riguarda solo le sue poesie scritte in romanesco e in dialetto moriconese, ma anche i suoi interessi che spaziano dalla micologia al dialetto, dal teatro dialettale (ha dato anche vita al gruppo teatrale “U Mascaró) alla revisione letterale della storia  agiografica di Suor Colomba che va pubblicando nel suo sito, e, appunto, alla raccolta antologica delle composizioni poetiche dei suoi compaesani.
   Potrà sembrare strana la concentrazione di una decina di autori di versi in un piccolo paese com’è Moricone. Ma in questa società solo apparentemente tanto comunicativa, non sono poche le persone che sentono il bisogno di esprimere ciò che è nel fondo dell’animo. E qui non voglio accennare  alle poesie di Camilli, di cui mi riservo di parlare in altra occasione, ma voglio accennare  qui solo a qualche autore, Virgilio Antonelli ed Evaristo Lebani,  dei quali voglio riportare qui di seguito due brevi poesie raccolte nel florilegio  del “Grillo”.

Pezzi di carta
1982
Pezzi di carta al vento
di una lettera mai scritta,
parole che non dicono
del dolore di un addio.
         Virgilio Antonelli

Con gli Amici
“da Luna d'Estate”

Tristi,
arrivavamo alla sera,
correndo,
lungo le strade bagnate.
Piangevano gli alberi
e i lampioni
per le gocce di pioggia.
Privi d'amore,
piangevamo anche noi,
ridendo!
                   Evaristo Lebani

   Un’iniziativa come questa della raccolta delle poesie di autori di un singolo paese è davvero originale, ma tanto preziosa che ne andrebbe riconosciuto tutto il giusto merito a Pierluigi Camilli.
   Non solo, essa  andrebbe promossa in ogni località, anche laddove fosse presente una Biblioteca Comunale, il cui compito istituzionale più importante è proprio quello della raccolta, della classificazione e della custodia  della produzione culturale del territorio in cui essa è chiamata ad operare.
   Una iniziativa così ha almeno il valore  di testimonianza dell’attività culturale vissuta da coloro che generalmente non hanno voce, ma che pure contribuiscono con la loro creazione poetica all’arricchimento della sensibilità dell’animo umano e al potenziamento  della sensibilità comunicativa di comunità che sono tradizionalmente marginali nel mondo della cultura.


giovedì 10 marzo 2016

                                          FORMA  ARTE  POESIA
  Forma e poesia. Forma e  arte. Binomi indiscutibili per secoli e per millenni. Interdipendenti per loro natura. Nel passato la materia non aspettava che la forma per avere una propria vita. Anche  per individuarsi in una poesia o in un’opera d’arte, secondo la creatività di un poeta o di un artista.
  E’ bastato il secolo delle macchine, delle tecnologie, perché con il loro trionfo deflagrasse la forma.
  Così la poesia ha voluto rompere la sua forma alterando il ritmo e la lunghezza del verso secondo capricci o opportunità dei vari stili sperimentali o meno. La metrica è stata percepita come limitativa dell’espressività del poeta, che ha voluto rivendicare una pretesa libertà creativa anche in questa direzione.
   Così la pittura ha voluto rompere la pienezza della forma per reclamare  il valore dei segni, la ricerca del colore, la libertà del gesto e persino il taglio della tela, quasi come espressione di linguaggi criptici.
   Ma davvero la poesia, per affermarsi ancora come tale,  può sostituire la misura e la musicalità del verso con lo strumento della sola debordante metafora all’interno di una zoppa e ciondolante andatura prosastica?
  Ma davvero, come accade nel tempo della straripante tecnologia,               l’arte per rimanere se stessa, senza perdere la sua particolare individuazione specifica, può perdere la sua forma e manifestarsi come espressione di concetti più o meno pseudofilosofici mediante segni, extraflessioni, giochi di artifici ottici o con espressione spontaneistica della gestualità materializzata in gocce e macchie di colore quasi come
  “….quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando
." ?
  Forse si bara, quando ancora si vuole far rientrare nei concetti di arte e di poesia ciò che non è più tale.
  Forse però sono proprio quei concetti che sotto la pressione delle nuove tecnologie sono divenuti altro nel loro significato, pur rimanendo inalterati i significanti, perché ormai sono profondamente altre le sensibilità dell’odierno ”uomo tecnologico”.

  Insomma, forse diciamo ancora arte e poesia, ma intendiamo cose ben diverse da quelle del passato. Cose diverse che ancora non sappiamo definire. E ciò è un problema dai mille risvolti. Non solo linguistico.

giovedì 3 marzo 2016


Pubblico qui la poesia Marzo tratta dal mio "POESIE PER LA SCUOLA"
edito da Youcanprint
        MARZO

O Marzo,
Ti dicono pazzo
Perché il tuo viso
Fatto di cielo e di nuvole
Ora s’imbroncia,
Ora ha un sorriso.

Ma io so che mi porti
Un cielo sereno che svaria,
Tante rondini,
Tanti fiori che sbocciano
E profumano l’aria.

Perciò ti voglio bene,
O Marzo,
E ti sorrido allegro
Come sei tu
Un po’ pazzo di gioia.

lunedì 1 febbraio 2016

                           L’ARTE?  E LA POESIA?
   Per quanto avvenuto nell’arte del secolo scorso, anche per il rapido impatto dello sviluppo tecnologico, mi pare non banale ormai chiedersi se ciò che s’intendeva per arte fino all’Ottocento si sia poi nel corso del Novecento modificato radicalmente in qualcosa ancora da definire o in qual cosa di non definibile.
   Infatti non ci si è accontentati poi delle distinzioni di arte figurativa e arte astratta, ma si è passati all’arte concettuale, all’action painting, all’optical art, alla pop art, all’arte povera, ecc. ecc.: tutte definizioni particolari che non hanno niente da spartire con il concetto di arte  che si aveva nel passato. Sicché  pare  anche opportuno chiedersi se sia possibile una sintesi di tutte queste “arti” per avere un concetto univoco di arte così come è stato per i secoli precedenti.
     C’è da notare anche che nel passato la poesia e l’arte potevano camminare insieme, perché coincidevano in qualche misura  interessi, compensi e benefici, oltre a varie loro funzioni in comune. Infatti  la poesia era anche  espressione di deferenza se non di sottomissione ai nobili e al clero, da cui i poeti si ripromettevano vantaggi esistenziali ed economici, specialmente con le loro dediche e con le loro composizioni encomiastiche. Proprio parallelamente agli artisti, che erano ricercati e ricevevano commesse dal clero e dalla nobiltà per le loro produzioni artistiche, che diventavano mezzi di manifestazione del potere all’interno di una società gerarchicamente strutturata.
  Affatto banale mi sembra chiedersi se parallelamente alle innovazioni dell’arte del Novecento non si sia verificato qualcosa di simile nella poesia, cioè se almeno non ci siano stati tentativi di reazione agli effetti dello  sviluppo tecnologico, oppure se essa si sia mossa in modo del tutto indipendente, giacché il suo linguaggio, basato sul suono e sul ritmo della parola ha seguito un suo proprio corso del tutto diverso  dal linguaggio dell’arte che invece è basato su forma e colore.
   Per una risposta che contenga elementi critici obiettivi, mi pare che il filtro di un  tempo troppo recente non possa ancora essere sufficiente per cogliere analisi che consentano giudizi davvero validi e significativi.
  Comunque è possibile affermare che la poesia, contemporaneamente all’arte, è stata sottoposta alle sollecitazioni  di sperimentalismi esasperati non solo formali, tali che ne hanno minato qua e là ed in  vario modo la sua stessa specificità, hanno fatto venir meno parecchie delle  sue funzioni,  ormai da considerare definitivamente superate.
   Ci si può chiedere che cosa sia rimasto delle forme e delle funzioni che caratterizzavano ancora la poesia del primo Ottocento, prima dell’espansione delle innovazioni tecnologiche, che hanno poi modificato profondamente i rapporti economico-culturali, cioè i vettori e gli interessi di una società sempre più volta verso una competitività bruta, che ha come suo fondamento non il denaro ma l’accumulazione del denaro. E le risposte non sembrano proprio facili.



mercoledì 18 novembre 2015

                                          DUCHAMP  E ALTRO

  Quando Duchamp mise i baffi alla Gioconda e fece diventare opere d’arte  la ruota di bicicletta, lo scolabottiglie e l’orinatoio, già Marinetti aveva scombussolato non solo l’arte ma anche il verso e il linguaggio poetico.
   In verità la tecnica, prima con la fotografia e poi col motore a scoppio applicato alle macchine e poi ancora con i vari impieghi dell’ elettricità, aveva già modificato profondamente il mondo dell’uomo e, quindi, già messo in crisi non solo le modalità espressive ma anche la stessa creazione artistica, che non poteva più restare nella linea della tradizione.
  Però attribuire a un unico orinatoio, indifferenziato da altri milioni di orinatoi prodotti industrialmente per materia, forma e colore, il valore artistico, storico, economico proprio di una vera opera d’arte sembrava, e sembra tuttora, fuori dalla logica normale e dalla stessa normalità concettuale.
   In fondo si trattava della sostituzione del fare col già fatto; con la differenza di privare l’oggetto della sua funzionalità pratica e di attribuirgli un valore che prima non aveva: dare a un insignificante un significato di cui prima era privo e che sembrava, e tuttora sembra, semplicemente assurdo.
  Tanto hanno potuto l’inventiva, la tecnica e il mercato!
   E la poesia? La poesia, nello stesso tempo, apparentemente non avrebbe dovuto subire incidenze simili a quelle subite dall’arte per il rapido sviluppo delle nuove tecniche. Ma solo apparentemente.
  In effetti, come avevano intuito Marinetti e i futuristi, anche la  poesia era costretta a subire le sollecitazioni della tecnica, che imponeva nuovi modi di pensare e nuovi modi di esprimere, per nuovi modi di agire in un mondo che si andava facendo tutto diverso da quello della tradizione.
  Era l’uomo nella sua interezza che era costretto ad adeguarsi alle condizioni di un mondo modificato dalla tecnica, specialmente con nuovi linguaggi, come strumenti ed espressioni più rispondenti alla velocità delle macchine che si diffondevano in ogni campo dell’attività umana.
  Ed è non solo a questa velocità che la poesia per sua natura non può adeguarsi, ma anche al debordare delle nuove terminologie tecnologiche, tutte realistiche e precise nelle definizione che essa non è in grado di piegare a funzioni espressive proprie, cioè al linguaggio dei sentimenti, delle evocazioni e delle emozioni.
 Resta perciò ancora da domandarsi: in che senso quella di Duchamp è ancora arte? In che senso ancora è possibile la poesia?    

giovedì 17 settembre 2015

                                   EPIGRAMMA
    In televisione vediamo torme di migranti che fuggono  da  paesi ridotti in rovine per guerre che tolgono loro ogni speranza di vita e di futuro. 
  Vanno incontro a pietà, ma anche ad egoismi individuali e di popoli. Gente preoccupata del proprio benessere, soprattutto dell’ economia in termini di prodotto, della ripartizione delle risorse, delle maggiori spese e dei minori guadagni.
   A me pare che calcoli e pietà si fronteggino sulla linea del tornaconto. Di qui questo mio epigramma che pubblico qui di seguito.
                         MIGRANTI
                                 Non biblico l’esodo
Dalle macerie e miserie di guerra.                             
Ma sulle onde che ingoiano anime
Esso è mortifero più delle dune                                      
Nel deserto più sordo. 
                          
E sulla riva cui tende l’anelito
La pietà si misura a mercato
Su previsto prodotto
Interno lordo.