sabato 1 settembre 2012


Quattro  miei stornelli satirici sulla poesia contemporanea
tratti dal mio “Versi orticanti”- Edizioni Youcanprint.it -
Fiore de fratta,
Sto poeta ce studia e ce cianchetta
E poi con due metafore ciabatta.

Fiore de fratta,
Il poeta ce coce l’aria fritta,
Condisce versi in prosa rarefatta.

Fior de viole,
I poeti so’ come le cicale,
Ce stanno in ozio e scrivono parole.

Fiore de nicchia,
Sto poeta sui versi ce sonnecchia,
Su sto mondo parecchio ce dormicchia.

sabato 4 agosto 2012


                                   QUALE  POESIA?
   Qualche giorno fa sono stato in un paio di grosse librerie. In ognuna ho trovato pareti di romanzi, scaffali pieni di saggi,  collane di manuali, soprattutto libri di cucina. Di libri di poesia direi neanche l’ombra; ma pure se ne intravvedevano alcuni di A. Merini e qualche altro dei classici. Di contro, nei siti on line c’è un mare di poeti, cioè un mare di coloro che intendono scrivere poesie.
    Senza voler procedere ad un’analisi di dati oggettivi, si ha la netta impressione che la poesia oggi sia solo una vaga aspirazione di molti, pensando al numero appunto degli aspiranti poeti. Se poi si guarda invece a quello che commercialmente è detto prodotto, cioè al complesso delle cosiddette poesie pubblicate comunque, allora ci si trova di fronte a sfoghi, a ricercate e fanciullesche  emozioni, ad immagini di sogni ad occhi aperti, ad espressioni di sentimenti   e risentimenti scambiati per creazioni poetiche. Al di là dalla forma, che non è secondaria, ma coessenziale con la poesia stessa.
   Di là dalla forma, appunto, se possibile. Come mi è capitato poi di considerare le poesie lette alcuni giorni fa sul Messaggero svolte sul tema dello spread. Qui, diversamente dai siti, dodici poesie di dodici poeti fra i più noti di quelli odierni. Da trasecolare. Va bene che la poesia sembra essere estranea allo spirito del nostro tempo. Ne ho considerato un esempio parlando più sopra di due librerie. I libri di poesia non si vendono più anche per lo spirito del tempo.  Spirito di prosa, tempo di parole rapide e di idee secche e veloci, di concetti su cui non ci si può soffermare per mancanza di tempo, che sfugge. Quando invece la poesia è raccoglimento, concentrazione, ascolto della vita, interiorizzazione che va oltre la misura del tempo.
   Ma poi ci si mettono anche i poeti. Con la loro concezione della poesia. Poesia intesa come suoni di parole; come giochi di parole; come astrazioni  del tutto soggettive e come tratteggio di crespe in superficie d’un tempo liquido e di un mondo rarefatto. Quando invece la vita ribolle e si fa strazio nella profondità dell’anima. Quando lo spirito si ribella e si lacera all’ipocrisia e alla perversità dell’ingiustizia dell’uomo verso l’uomo in questo sistema che è solo trama di lotte egoistiche per la selezione dei sopravviventi.
    Ed allora si vede perché nessuno legge poesie. Si giustificano gli editori perché non pubblicano e non vogliono manoscritti di poesia, ma solo romanzi e libri di cucina.
   Allora si pone concretamente il problema della riflessione sulla funzione della poesia nel nostro mondo, nella cultura del nostro tempo. Come responsabilità del poeta di fronte a se stesso, alla poesia, alla cultura. Ed anche come responsabilità verso l’uomo. Quindi verso la società. Perché il poeta non può parlare solo a se stesso.


giovedì 19 luglio 2012

UN MIO SONETTO

        Lo vedi tu quel gatto che l’ha fatta
        E come nella buca la nasconde
        Anche all’odore? Le sue cose immonde
        Lui le copre, ciannusa e poi ce gratta.

        Come fa il gatto e come fa la gatta
        Dentro de noi in pieghe assai profonde
        La verità se copre e se confonde
        Come nel settemmezzo fa la matta.

        E dio ce scampi se per qualche via
        La verità se scopra e venga fòri
        Nella bruttezza della sua follia!

        Allora sentiremmo i suoi fetori
        Da non trova’ riparo dove sia
        Ad evitarne i putidi sentori.


giovedì 5 luglio 2012


                                          FUNZIONE SATIRICA DELLA POESIA

  Dentro un sistema socioculturale come l’attuale, può restare la poesia chiusa come in un bozzolo solipsistico a contemplare l’agognata espressione del sublime universale? Forse Dante non ha espresso valori e aspirazioni universali cantando di fatti e persone particolari? Almeno la poesia di oggi riuscisse a scrollarsi di dosso i tanti residui malanni procurati dall’esperienza dell’ermetismo!
 D’altra parte, se in altri tempi la poesia ebbe di mira il sostegno degli ideali risorgimentali, nello sfascio delle nostre attuali condizioni, oggi essa non deve avere una sua funzione di orientamento per un cammino costruttivo, non deve avere il diritto, l’obbligo, la forza di agire come pungolo verso il bene di tutti? E non può avere la funzione di critica e di condanna, e anche di scudiscio, come l’ ebbe con i versi di Giovenale e di Marziale, per non dire delle fustigazioni dantesche e i sarcasmi del Parini e del Giusti?
  La poesia del passato è piena di esempi di prese in giro, di capolavori di messe in ridicolo degli atteggiamenti dell’uomo nel tempo. La tradizione satirica è antichissima e l’origine non sta tanto nella “satura”, cioè nel “piatto misto”, nel “minestrone” indicato dalla critica, dalla storiografia dotta, quanto dai canti popolari e dalle usanze satiresche, nella saggezza di rendere ridicolo l’uomo che tende ad uscire fuor di misura, a insuperbire e ad ornarsi delle penne del pavone.
 Non dico nella forma del dramma satiresco di cui parla anche Aristotile nella sua “Poetica”, ma nella forma nata dalla tradizione delle processioni, dei cortei, di molte manifestazioni rituali, nelle cerimonie e persino nelle celebrazioni dei trionfi dei Romani.
   In proposito dice Dionisio di Alicarnasso alla fine del libro VII della sua  Storia di Roma arcaica: “Infatti, ai danzatori armati facevano seguito i danzatori vestiti da Satiri… Costoro motteggiavano e imitavano i movimenti solenni, volgendoli in ridicolo. Anche l’ingresso dei cortei trionfali dimostra che il motteggio e lo scherzo satiresco sono, per i Romani, un’antica usanza romana…. In un primo tempo, i soldati facevano motteggi in prosa, mentre ora cantano versi improvvisati”.

   Questo è il punto: “I danzatori vestiti da satiri…motteggiavano e imitavano i movimenti solenni, volgendoli in ridicolo”.  Più chiaro di così! Altro che “satura” come piatto misto o minestrone dei critici dotti! Invece proprio come i soldati cantavano nei trionfi di Cesare: “Ecco ora trionfa Cesare che sottomise le Gallie e non trionfa Nicomede che mise sotto Cesare!”.
 Ancora nel periodo fascista sventolavano le pagine del Travaso in cui fiorivano anche le poesie satiriche di Trilussa. Poi, sin dal secondo dopoguerra, la poesia satirica svanì. Nei giornali satirici quali Don Basilio, Cantachiaro, Il becco giallo, ecc. gli epigrammi scomparvero e trionfarono le vignette, le freddure, i pezzi comici e le macchiette.

   Possibile che oggi i poeti non abbiano da fare altro che mascherare il nulla dei loro versi con l' eccesso di metafore, le immagini più strambe, le parole ubriache su righe spezzettate in finti versi?

domenica 24 giugno 2012


                                ANCORA SULLA  FUNZIONE DELLA POESIA
   Nella prima metà del secolo scorso gran parte della poesia si era espressa in una modalità solipsistica, mentre nella seconda metà pareva esplodere in mille forme di un arido sperimentalismo. Era comunque, prima e dopo, del tutto priva di una sua funzione incisiva, di un suo significato vivificante in quel momento storico, come era stato invece per la cinematografia, ad esempio, col neorealismo.
   Quantunque ridotta ai margini, la poesia non poteva essere abbandonata a se stessa. I poeti tendenziali, cioè quelli che provano ad esserlo, non erano pochi e diventavano sempre più numerosi nel momento in cui si rendevano loro accessibili sia i mezzi di comunicazione di massa che le piccole case editrici a pagamento. Potevano costituire una categoria da utilizzare in seno alla società anche per fini indirettamente politici, anche in prospettiva dell’acquisizione del consenso.
   Ne nacque un’immensa fioritura di concorsi e concorsetti poetico-letterari. Nei paesini come nei rioni. Ogni associazione, ogni circolo culturale o di categoria aveva il suo bel premio di poesia: poesia d’amore, poesia di ecologia, poesia per la mamma, poesia per la pace, ecc. E una grande fiera di coppe e coppette, di medaglie e medagliette, di diplomi e diplomucci. Col patrocinio di questa o quella autorità locale, ma anche di autorità alte, persino con  dedica di proprie medaglie.
  Era una spinta alla poesia dei sentimenti e dello sfogo dell’animo, di tentazione e tendenza al sogno di scoprirsi poeti e poetesse degni non solo di pubblicazione ma anche di corone d’alloro. Così i concorsi e le gare di poesia avevano  assunto il valore dei tornei di gioco alle bocce e dei giochi di briscola e tresette. Con tanto di coppe e medaglie; con tanto di notorietà momentanea delimitata al luogo della premiazione. Ho conosciuto poeti che avevano  collezionato lunghi e  inutili elenchi di coppe e medaglie. Era una spinta soprattutto alla diversione dagli ideali, a dedicarsi non a interessi e scopi alti e concreti, ma a falsi miti, a vedere il dito e non la luna.
   A questo livello è stata trascinata la poesia nel nostro tempo. Tra solipsismo e sperimentalismo. Tra divagazione e falsi scopi. Svuotata di ogni sua efficacia e valore. Anche come risultato di un processo di massificazione dei mezzi di comunicazione. E di svalutazione delle forme e dei codici comunicativi. Ciò ha indotto la poesia alla trascuratezza delle sue forme. Non sono valsi i concorsi e le medagliuzze a tirarla su. Anzi hanno contribuito a  violentarla perché fosse piegata a scopi estranei alla sua natura. Non ultimi gli scopi politici volgari, quelli degli acchiappavoti.
   Ma se la forma è sostanza nel diritto, nella poesia essa è consustanziale.  La poesia è la sua stessa forma; più che nel diritto. Persa la forma, si è persa anche la poesia. Anche perché si è perso pure il concetto di funzione della poesia. O se ne è avuto un travisamento, tale che ne disorienta le finalità e mina la sua stessa ragione di essere.




venerdì 8 giugno 2012


QUATTRO MIEI STORNELLI A DISPETTO(Epigrammi)
Fior de montagna,
Quelli addosso se portano la rogna;
E c’è chi se la gode e poi ce magna

Fiore de spini,
Messi alla greppia, tutti sti marpioni
Magnano piatti e ingoiano quattrini.

Fiore de bergamotto,
A quelli che se magnano anche il piatto
Diamogli quattro graffi e un pizzicotto.

Fior de campagna,
Il poeta su metafore s’impegna,
Ce soffre d’emozione e poi ce magna.


domenica 27 maggio 2012


                                          FUNZIONE DELLA POESIA 4
   Tempo fa pubblicai una mia raccolta di epigrammi scritti in forma di stornelli con una sorta di linguaggio dialettale non specifico. L’Editore, uno di quelli on line, l’inserì in una sua collana di “Varie” anziché in quella di “Poesia”. Così è, oggi. S’identifica la poesia con un suo genere, quello della lirica. Se non è lirica, non è neanche poesia. Perciò si può affermare che il nostro sistema culturale rivoluzionato dalla tecnica, caratterizzato dalla velocità e dalla provvisorietà, non può accettare in sé la poesia, se non come espressione emarginata o ridotta nei limiti del privato. Buona, insomma, per esprimere stati d’animo e sentimenti; buona a starsene rincantucciata sul piano dell’acchiappanuvole e per questo incoraggiata dalla classe dirigente con concorsetti come al gioco della briscola.
  Obiettivamente, in queste condizioni, chi oggi si azzarderebbe più a scrivere un poema, un’ecloga, un’elegia, un’ode? Tutte forme che richiedono tempo e meditazione, tutte uscite dagli schemi della poesia contemporanea e che stanno nella letteratura come testimonianze, come storia.
   Eppure la poesia non deve e non può essere residuale. Bisogna custodirla, almeno nelle sue forme più vive e tuttora più efficaci. Non è cosa da buttare nei ripostigli della storia, come i reperti archeologici negli scantinati dei musei. Poiché l’uomo, anche in questo scorcio della sua cultura tecnologica, conserva la sua integrità e, quindi, la potenzialità di sviluppo di tutte le sue dimensioni, compresa quella della sua creatività poetica.
    Per queste considerazioni, la poesia potrà svolgere ancora diverse sue funzioni specifiche almeno sul piano dell’estetica. Potrà perdere forme ed acquisirne di nuove; potrà anche perdere funzioni obsolete, come quella encomiastica o quella celebrativa. Ma ci sono tuttora funzioni che possono essere incisive anche nell’attuale realtà socioculturale. Una di queste funzioni, io penso , è quella della satira; e una delle sue forme è l’epigramma.
    Per la sua sinteticità , per la sua concisione, per la brevità e per la velocità di espressione del pensiero, l’epigramma può rispondere efficacemente alle esigenze della società tecnologica. Può sensibilizzare, richiamare, sollecitare al di là delle battute, delle freddure, delle vignette satiriche, delle scenette comiche , che si esprimono su altri versanti e che straripano dalle trasmissioni televisive e molto limitatamente dalla carta stampata.
    Tempi forse felici per la comicità teatrale e televisiva, quelli attuali. Tempi tristi invece per la satira poetica: non abbiamo oggi un giornale satirico, su cui, accanto alle vignette, poter leggere satire ed epigrammi. Gli epigrammi infatti possono esprimere lo spirito satirico in modi e sensibilità diverse dalle vignette, che si realizzano con altro linguaggio e sul piano dell’improvvisazione, nel modo più diretto e legate al temporaneo con lo strumento delle cosiddette battute, in cui si concentra la manifestazione del ridicolo, a volte con la più pungente  efficacia. Gli epigrammi si esprimono con più studio, con maggiore artificio, con più attenzione artistica, tale da superare anche la temporaneità, per accedere a quell’efficacia che caratterizza i massimi modelli della letteratura del passato.
    Ancora oggi possiamo goderci l’epigramma del vescovo Paolo Giovio contro Pietro Aretino: “Questi è l’Aretin, poeta tosco; /Di tutti disse mal fuorché di Cristo, /Scusandosi col dir: Non lo conosco”. Né possiamo dimenticare l’altro del Foscolo: “Questi è il Monti, poeta e cavaliero,/Gran traduttor de’ traduttor d’Omero”, diretto polemicamente  contro il Monti che aveva tradotto l’Iliade senza conoscere il greco.
    Piccoli capolavori, certamente di altissima fattura poetica.