martedì 16 febbraio 2021

   1321 – 2021/ OMAGGIO A DANTE

Nell’occasione dell’anniversario della morte di Dante, ripubblico qui di seguito la nota che scrissi e pubblicai sul mio blog in data appresso indicata

sabato 19 aprile 2014

      ANCORA SULLA POESIA ALLEGORICA  E LA BEATRICE DANTESCA 

Dunque l’opera dantesca è espressione di una complessa architettura allegorica, anche se nella Commedia episodi come quelli d   i Francesca, del Conte Ugolino, di Pier delle Vigne, per dirne solo alcuni, sono solo espliciti quadri di profonda umanità e non fanno parte di alcun linguaggio esoterico-allegorico.
   Della complessa architettura simbolica, qui a me pare sufficiente accennare brevemente al linguaggio dei numeri, limitatamente alla Vita Nova e alla Commedia, cioè alle opere in cui emerge la figura di Beatrice, a cominciare dalla domanda: può essere reale una donna, la cui figura è pensata tutta in relazione al numero nove?
   Di questo numero nove, che appare sin dal Cap. II della Vita Nova in relazione alla figura di Beatrice, Dante stesso, dopo la morte di Beatrice, si accinge a sottolinearne l’importanza e nel Cap. XXVIII scrive: “Tuttavia, però che molte volte lo numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non sanza ragione, e nella sua partita (morte) cotale numero pare che avesse molto luogo, convenesi di dire quindi alcuna cosa, acciò che  pare  al proposito convenirsi”.
   E poiché la Vita Nova oltre che opera allegorica appare anche didascalica, comunque rivolta a “chi sa”, cioè ai Fedeli d’Amore, nel Cap. XXIX Dante mostra come il senso del nove “secondo Tolomeo e secondo la cristiana veritade” personifichi Beatrice, anzi, dice “ più sottilmente pensando…… questo numero fue ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così”. Secondo questa affermazione, quindi, Beatrice e il significato simbolico del numero nove sono la medesima cosa. Poi spiega: “Lo numero del tre è la radice del nove…. Siccome vedemo manifestamente che tre via tre fa nove” (cioè, tre al quadrato fa nove).
Nella Commedia il numero tre si fa simbolo portante di tutta l’architettura dell’opera. Tre endecasillabi costituiscono ciascuna strofa (terzina incatenata);  trentatré canti (il tre ripetuto in coppia, o numero di gemelli come detto nel gioco del lotto) per ogni cantica del poema; tre cantiche compongono il poema.
   Il numero (tre – nove – trentatré) è quello che di più appariscente costituisce il linguaggio simbolico ed esoterico della Vita Nova e della Commedia. Un linguaggio allegorico inteso a comunicare  un sapere segreto a chi quel codice  simbolico conosce, giacché in una società chiusa, autoritaria, violenta, come quella che anche Fo illustra efficacemente nel suo Mistero Buffo, una libera circolazione delle idee è quanto meno impensabile. Ci voleva poco a finire arso vivo come fra’ Dolcino, a finire in una di quelle terribili torture destinate ai cosiddetti eretici, la cui manifestazione di pensiero diverso e libero poteva minacciare il sistema di potere ben più di una compagnia di ventura assoldata da un signore o da un vescovo di quel tempo.
   Noi oggi non ci rendiamo conto di quanto fosse chiusa, rigida e crudele la struttura sociale, culturale e politica nel tempo di Dante. Né ci rendiamo facilmente conto dell’opportunità, se non della necessità, del ricorso all’allegoria nella poesia di quel tempo.
  Infatti da più di qualche secolo noi oggi siamo in una società aperta, in cui la circolazione delle idee non solo è ammessa e garantita, ma ne costituisce l’arricchimento e ne connota il carattere.      Proprio per questa nostra libertà di parola e di pensiero, essendo divenuto inutile, il linguaggio allegorico sarebbe avvertito come fastidioso. Sicché per opportunità dei tempi, oggi la poesia allegorica è scomparsa, certamente senza rimpianti.

 

 

 

  

venerdì 12 febbraio 2021

 

                   1321 – 2021/ OMAGGIO A DANTE

Nell’occasione dell’anniversario della morte di Dante, ripubblico qui di seguito la nota che scrissi e pubblicai sul mio blog in data appresso indicata

mercoledì 9 aprile 2014

             LA POESIA ALLEGORICA E LA BEATRICE DANTESCA  

  Nella letteratura, il lavorio di molti critici nei secoli fa non di rado sorridere. .Non  parlo del lavorio per chiarire pensieri e commentare opere con un proprio vocabolario appropriato, ma di quello del ricercare puntigliosamente, fra le righe e le parole degli autori, qualcosa che gli autori medesimi non vi hanno messo e, anzi, di inventare più di qualche cosa che gli autori non hanno inteso dire.

  E’ il caso del lavorio di molti critici nei confronti di Beatrice, la creatura poetica di Dante ed anche, forse in minor misura, di Laura, creatura poetica del Petrarca.
  Hanno voluto identificare per forza  donne reali con quel nome, quando donne reali nelle opere poetiche di cui si parla non ci sono. Sanno bene che nelle opere dantesche ci sono allegorie, ma non ammettono che tutta l’opera di Dante è allegorica, compresa, quindi, la figura di Beatrice, che, come dice il Poeta nella Vita Nova, cap.II “La quale fu chiamata da molti Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare”. In proposito è bene subito notare che “fu chiamata da molti” Beatrice, non da tutti, quindi, ma  solo da quelli che conoscevano il codice di comunicazione, cioè dai Fedeli d’Amore.
   Riguardo a Beatrice, è vero che cominciò il Boccaccio a volerla identificare con la Portinari, proprio il Boccaccio che tanto critico non è, quanto poeta e scrittore; evidentemente però volle attaccarsi anche lui per primo la malattia dei critici, quella d’inventare ciò che non c’è nelle opere commentate. Ma va che il Boccaccio non l’abbia fatto apposta!
  A riguardo di Beatrice, basterebbe tener presente la complessa personalità culturale di Dante, che non era solo quella del poeta o del letterato.
  Si potrebbe dire che Dante poteva essere egli stesso quasi un’enciclopedia incarnata e personalizzata, una “summa” del sapere del suo tempo; e che egli non  solo sapeva utilizzare al massimo dell’efficacia come suoi personali strumenti il pensiero aristotelico-tomista e il sistema tolemaico,  ma certamente era anche padrone di complessi sistemi simbolici  ed esoterici, le cui tracce potrebbero essere riferibili a saperi sotterranei, come ad esempio a quelli dei Templari e a quelli degli gnostici. 
   D’altra parte i saperi segreti hanno sempre avuto corso sotterraneamente nelle società autoritarie e chiuse di ogni tempo, figuriamoci al tempo delle eresie, dei roghi, delle streghe, dei maghi. Come Dante avrebbe potuto esprimere e comunicare saperi e tesi divergenti in quel suo tempo così ricco di fervori religiosi e di eresie ferocemente condannate, quando si mandavano al rogo i Templari, fra’ Dolcino e chiunque accusato di magia e stregoneria,  se non attraverso un complesso linguaggio simbolico organizzato e finalizzato alla circolazione delle idee verso e tra  “chi sa”, cioè verso e dentro una cerchia  ristretta di adepti in grado di riconoscere ed interpretarne correttamente  il codice di comunicazione? Dante stesso, nel IX canto dell’Inferno, scrive: “ O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s’asconde/ sotto ‘l velame de li versi strani”.
  Sono molti ormai che hanno messo in luce l’architettura  allegorica delle opere  dantesche, dell’irrealtà di Beatrice e della sua metafora. Eppure si continua ad insegnare nelle scuole la favola di un’ignota Beatrice Portinari per non voler scoprire il senso del “velame de li versi strani” che sta a difesa tuttora  di secolari incrostazioni di “potere”, difficile ancora oggi da scuotere.
    Infatti nelle opere dantesche Beatrice è solo una delle figure simboliche, fra quelle di Virgilio, Lucia, S. Bernardo, l’Aquila, la Rosa, ecc. Ne cominciarono a parlare dopo tanti secoli Gabriele Rossetti,  pronto a riconoscerne i linguaggi simbolici in quanto rosacrociano, poi Foscolo, Pascoli, Luigi Valli, René Guenon e via via tanti altri.
   Se ne proseguì a parlare a mano a mano che certi “poteri” si affievolivano nel tempo (ancora nel Seicento fra’ Tommaso Campanella era accusato di tenere nascosto un  diavoletto nell’unghia d’un suo mignolo!) mentre altri poteri emergevano dalla storia e trionfavano sugli antichi, specialmente con la Dichiarazione d’Indipendenza dell’America e la Rivoluzione Francese. Ma a parlarne furono voci pur sempre soffocate, tenute ai margini della cosiddetta ufficialità, tanto da  mantenere  soprattutto nelle scuole la puerile interpretazione, che indica nella  Beatrice dantesca la carnale Beatrice Portinari: segno che non tutte le incrostazioni dei vecchi “poteri” che affondano le radici nei sistemi del pensiero medioevale sono state rimosse dalle strutture politiche e culturali della nostra società.

 

mercoledì 3 febbraio 2021

 

  • Pubblico qui di seguito questa poesia tratta dal mio SCORCI
  • Edito da Vitali in Sanremo
  •                CAMPOSANTO DEL MIO PAESE
  •                           (Sui ruderi della villa romana dei Claudi)
  •                        
  •             Camposanto silente del mio paese,
  •             Dove le ossa dei miei sepolte riposano
  •             E dove le mie la tomba non avranno,
  •             Da sempre ti ho in mente, luogo di mistero
  •             E di cipressi come funerei pennoni
  •             Protesi nell’azzurro.
  •  
  •             Già villa di patrizi antichissimi
  •             Per i cui atri ornati di colonne fastose
  •             Andavano matrone e festose ancelle danzavano
  •             Nel tedio dei ricchi, or nei ruderi sei
  •             Sepolcro di  poveri, posteri forse
  •             Di schiavi che un tempo leggero premevano
  •             Sulla pelle lo strigile nel bagno aulente
  •             Ai superbi padroni.
  •  
  •             Pur cambiano i tempi e ora ivi
  •             Le ossa di mio padre in una buca
  •             Di terra si macerano, perché tornino polvere
  •             In trionfo di vita, d’erbe fiorite e d’alberi,
  •             Di nidi, di canti, di voli d’uccelli
  •             Come egli in saggezza richiese.
  •             Ma lungo i viali sopra camere ornate
  •             D’antichi mosaici, sepolcri marmorei
  •             Dei nuovi arricchiti nomi e date riportano
  •             Illusi di vivere per sempre nel tempo,
  •             Per soltanto una scritta su un’urna di pietra,
  •             Inane custodia delle ossa fatte fragile
  •             Calcina nel fluire incessante del mondo.
  •  
  •             Così è che oltre i palazzi per i vivi
  •             Oggi si fanno quasi santuari le tombe per i morti;
  •             E i cimiteri sono città di defunti
  •             Che tetre avviluppano quelle alacri dei vivi.
  •             E’ così che il progresso che  è vanto moderno
  •             Gli uomini ha spinto a un luogo medesimo
  •             Per morire e per nascere di dentro a una clinica,
  •             A un’industria di nati e a una di morti,
  •             A città di defunti laddove potrebbe
  •             Per ciascuno bastare per dopo la morte
  •             Un’ampolla di cenere.
  •  
  •             Esiguo camposanto, m’attesti tu quanto
  •             Con le antiche rovine e le tombe recenti
  •             E’ vana pretesa arrestare il volgere del tempo
  •             Nell’illusione atavica di vivere oltre
  •             Il limite estremo degli eventi che segnano
  •             Il principio e la fine. Così come sei
  •             Ti guardo commosso col trepido                                         
  •             Occhio non più fanciullo ma tenero ancora
  •             D’immagini antiche che affollano
  •             La memoria di suoni, delle voci di tanti
  •             Che conobbi e che vidi e che ora riposano                                      
  •             Nella tua terra  sepolti.
  •             Ti guardo silente, ma so che finché avrò vita
  •             Sarà solo il mio cuore di quelli che ho amato
  •             Camposanto fiorito.


lunedì 25 gennaio 2021

 Riporto qui di seguito questa  poesia tratta

            dalla mia raccolta SCORCI edita  da
           Vitali Editrice in Sanremo

                        ORA A TE RITORNO
        
            Ora a te ritorno, dolce mia terra,
         Quando la mano antica del padre
         A fatica distoglie gli sterpi invadenti
         E quasi più non riesce a tirar dritte le viti,
         A segare i nodosi rami degli ulivi.

         Quando da te mi allontanai,
         Quasi empio figlio da madre, non sapevo
         Che amore grande perdevo,
         Che ricchezza di vita mi lasciavo.
         Allora acre io ti sentivo e nemica
         E piansi sulle tue zolle;
         Ma tu con trifogli e cento erbe fiorite
         M’avviluppavi di profumi e di tenerezza:
         Matrigna mi sembrasti
         E madre amorosa m’eri.

         Allora io non sapevo
         Quanto in questo mondo
         Rimpicciolito nel giorno dell’uomo
         Ognuno rimane legato
         Ove aprì il cuore alla luce;
         Io non sapevo che barbe profonde
         Avessi messo in questo lembo di terra
         E non sapevo quanto
         Le mie foglie dell’anima
         Vibrassero a questo azzurro di cielo.                  
                                                                                    
            Ora so: tuo albero sono
         Che tu di linfa vitale nutrisci
         E negli uragani della vita sorreggi,
         Albero sono che spazia a questo orizzonte
         E beve assetato luce di questo sole.
         E innumeri radici ti affondo nel grembo,
         Con aeree fronde innalzo i tuoi canti
         Al tuo cielo d’uccelli fiorito.

         E bacio le tue erbe ed ecco ritrovo
         Nelle mie mani le fresche rugiade
         Delle inconsce letizie fanciulle,
         Con te gioisco memore dei giorni
         Che il tempo nel cuore sublima
         Oltre un mondo cui dolce sorrido
         Dopo gli antichi rancori                                      
         E i giovanili contrasti,
         Con te vivo e rinasco                                          
         Ad ogni mutar di stagione.


domenica 17 gennaio 2021

 

Riporto qui di seguito questa mia vecchia poesia tratta dal mio CANTATINE autoedito con Youcanprint

 

          DENTRO  DI  NOI, 

Amore, amore mio,

Fermati ad ascoltare

Se anche in te una voce dice

Cose che vengono dal cuore!

Sarai felice

Per musica d’amore sconosciuta

E riscoperta come una sorpresa

Attesa ed improvvisa.

 

Amore, amore mio,

Fuori di noi è il mondo che ci chiama

Nei voli al di sopra delle nuvole

Come sogni vissuti ad occhi aperti,

Come sul mare vanno le crociere.

 

Fuori di noi sulle strade nere

Stridono le gomme delle macchine

Alle curve;

Fuori di noi le cifre

Contano i secondi

D’un tempo senza senso;

Fuori di noi,

Fuori di noi!….

 

Dentro di noi, amore,

C’è un mondo tutto da scoprire,

Fatto di meraviglie che soltanto

Si possono sognare.


Dentro di noi,

C’è un amore

Che s’illumina nel tempo

Per sentimenti che vivono nel cuore;

Dentro di noi c’è luce per la vita,

 

mercoledì 6 gennaio 2021

 Riporto qui di seguito gli Epitaffi tratti dal mio
LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI autoedito
con Youcanprint                     
 
                                 EPITAFFIO
  
                                    Qui giace
                         l’Uomo Contemporaneo
                                non ebbe tempo            
                     che al produrre e al consumo                                                      
                           non rise e non cantò
                         non pianse e non narrò
                                 vecchio morì
                          senz’essersi avveduto
                 d’essere almeno per un dì vissuto
                                O viandante vai
                             non ti posar giacché
                                    costui da te
                            non meritò un saluto.
                           
                                    
 
                                 II°  EPITAFFIO
             
                             Il poeta odierno
                                      giace
                                  qui morto
                         la sua anima all’inferno
                 è condannata a zoppicar su sillabe
                          del suo verso distorto
                              e quando riposa
                             a starsene in bilico
                             su pessima prosa
 
        
                              EPICEDIO  PER  LA
                      FIERA   LETTERARIA
                                                  
Di certo Fracchia te non riconosceva
Più sua figlia, e il suo teschio gelido
Nel cimitero non avrà  socchiuso
Solo un’occhiaia per l’ultima tua morte.
Ma l’Angioletti non so che crepacuore
Avrà sofferto dentro la sua tomba
Nel conoscerti in pessima salute,
Sapere poi la funesta notizia.
 
Dramma fu il tuo tendere a serbare
Stile e decoro, non cedere alle voglie
D’ibrido secolo dedito a consumistiche
Orge d’affari:  pur sempre i compromessi
Male procurano a chi ebbe per natura
Animo e slancio a pro della cultura.
 
Adesso il bell’inserto Tuttolibri,
Per te, dentro lo spirito del tempo,
Non lista a margine ipocrita lutto,
Ma dalle edicole ilare espone
Classifiche di libri più venduti
Come salumi, e occhieggia dalle mani
Del pescivendolo che v’avvolge cefali,
Saraghi e minutaglia per frittura.
 
                   

venerdì 1 gennaio 2021

 

                        MORGANTE  E  IL.. .COVIS

  Il Pulci era un toscano e, come più o meno tutti i toscani, si esprime nel suo poema “Il Morgante” con tutto il suo spirito arguto e insieme ridanciano. E proprio coerentemente col suo spiritaccio, il Pulci scrive l’opposto di quanto gli era stato chiesto dalla Tornabuoni, madre del Magnifico, suo protettore: non il poema esaltante le gesta del cristianissimo Carlo Magno, e non tanto quello delle avventure fantasiose e mirabolanti dei paladini, quanto quello delle avventure ribaldesche dei due giganti, cioè  il mezzo gigante Margutte alto solo quattro metri, e il gigante Morgante, da cui prende il titolo l’opera, alto otto metri e armato di un batacchio di campana.

  Nella lettura delle sue ottave ci si diverte con la figura di Morgante accompagnato da Margutte, ma viene anche da riflettere sul  perché il Pulci ha voluto introdurre un personaggio così grottesco nel suo poema. Banalmente si potrebbe paragonare la sua funzione narrativa con quella dell’orco nelle favole: qui per meravigliare e simboleggiare la malvagità e i pericoli nella vita, nel poema per divertire, per rompere la noia della vita di corte con una risata. Un’opinione che potrebbe essere plausibile, ma che non mi pare soddisfacente.

  Troppo fine mi pare al riguardo l’intelligenza del Pulci e troppo prorompente la sua fantasia creativa e immaginativa. E soprattutto  troppo forte la sua capacità d’ironia, troppo straripante il suo fervido spirito burlesco da vero e puro toscano. Mi pare invece che la figura del gigante Morgante sia una metafora, così come appare il popolo  nel sonetto “L’uomo” di Campanella e mi pare anche il gobbo di “Notre Dame de Paris”  di Hugo.

  E posta la cosa in questa prospettiva, mi colpisce soprattutto l’episodio della sua morte; o meglio la metafora della sua morte: un gigante di otto metri e armato di un batacchio di campana che muore per il morso di un granchiolino! Così al confronto mi viene in mente la morte dell’uomo per un infinitamente piccolo essere, appunto un microscopico virus,  come l’odierno Covis 19, o come i micidiali bacilli e batteri della tisi, del vaiolo, della poliomielite appena sconfitti nel recente passato!

  Allora, nel Quattrocento, il Pulci non si sarebbe potuto immaginare l’esistenza di qualsivoglia batterio o bacillo e tanto meno quella dei micidiali virus, osservabili soltanto con i più potenti e recenti microscopi elettronici. E perciò il Pulci fa morire nella metafora dell’uomo il gigantesco Morgante con un morso di un minuscolo granchiolino, con un rapporto di grandezza tra i due che  potrebbe essere espresso da un numero grandissimo: quanti granchiolini ci vorrebbero per pareggiare la grandiosità di un gigante alto otto metri?

  Ma il gigante Morgante non potrebbe essere la metafora dell’uomo e del popolo, così come il popolo è identificato con un gigante  nel sonetto campanelliano? Allora potremmo dire che la superbia di potenza e di grandezza dell’uomo e del popolo  viene derisa e messa  in ridicolo non solo dalla morte per un morso di granchiolino come nel quattrocentesco Morgante, ma tanto più oggi con la morte ad opera del Covis 19 d’infinitesima e microscopica piccolezza.