Riporto qui di seguito questa poesia tratta
lunedì 25 gennaio 2021
domenica 17 gennaio 2021
Riporto qui di seguito questa mia vecchia poesia tratta dal mio CANTATINE autoedito con Youcanprint
DENTRO DI NOI,
Amore, amore mio,
Fermati ad ascoltare
Se anche in te una voce dice
Cose che vengono dal cuore!
Sarai felice
Per musica d’amore sconosciuta
E riscoperta come una sorpresa
Attesa ed improvvisa.
Amore, amore mio,
Fuori di noi è il mondo che ci chiama
Nei voli al di sopra delle nuvole
Come sogni vissuti ad occhi aperti,
Come sul mare vanno le crociere.
Fuori di noi sulle strade nere
Stridono le gomme delle macchine
Alle curve;
Fuori di noi le cifre
Contano i secondi
D’un tempo senza senso;
Fuori di noi,
Fuori di noi!….
Dentro di noi, amore,
C’è un mondo tutto da scoprire,
Fatto di meraviglie che soltanto
Si possono sognare.
Dentro di noi,
C’è un amore
Che s’illumina nel tempo
Per sentimenti che vivono nel cuore;
Dentro di noi c’è luce per la vita,
mercoledì 6 gennaio 2021
Riporto qui di seguito gli Epitaffi tratti dal mio
LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI autoedito
con Youcanprint
EPITAFFIO
Qui giace
l’Uomo Contemporaneo
non ebbe
tempo
che al produrre e al
consumo
non rise e non cantò
non pianse e non narrò
vecchio morì
senz’essersi avveduto
d’essere almeno per un dì
vissuto
O viandante vai
non ti posar
giacché
costui da
te
non meritò un
saluto.
II° EPITAFFIO
Il poeta odierno
giace
qui morto
la sua anima
all’inferno
è condannata a zoppicar su
sillabe
del suo verso
distorto
e quando riposa
a starsene in
bilico
su pessima prosa
EPICEDIO PER LA
FIERA LETTERARIA
Di certo Fracchia te non riconosceva
Più sua figlia, e il suo teschio gelido
Nel cimitero non avrà
socchiuso
Solo un’occhiaia per l’ultima tua morte.
Ma l’Angioletti non so che crepacuore
Avrà sofferto dentro la sua tomba
Nel conoscerti in pessima salute,
Sapere poi la funesta notizia.
Dramma fu il tuo tendere a serbare
Stile e decoro, non cedere alle voglie
D’ibrido secolo dedito a consumistiche
Orge d’affari:
pur sempre i compromessi
Male procurano a chi ebbe per natura
Animo e slancio a pro della cultura.
Adesso il bell’inserto Tuttolibri,
Per te, dentro lo spirito del tempo,
Non lista a margine ipocrita lutto,
Ma dalle edicole ilare espone
Classifiche di libri più venduti
Come salumi, e occhieggia dalle mani
Del pescivendolo che v’avvolge cefali,
Saraghi e minutaglia per frittura.
venerdì 1 gennaio 2021
MORGANTE E IL.. .COVIS
Il
Pulci era un toscano e, come più o meno tutti i toscani, si esprime nel suo
poema “Il Morgante” con tutto il suo spirito arguto e insieme ridanciano. E proprio
coerentemente col suo spiritaccio, il Pulci scrive l’opposto di quanto gli era
stato chiesto dalla Tornabuoni, madre del Magnifico, suo protettore: non il
poema esaltante le gesta del cristianissimo Carlo Magno, e non tanto quello
delle avventure fantasiose e mirabolanti dei paladini, quanto quello delle
avventure ribaldesche dei due giganti, cioè il mezzo gigante Margutte alto solo quattro
metri, e il gigante Morgante, da cui prende il titolo l’opera, alto otto metri
e armato di un batacchio di campana.
Nella lettura delle sue ottave ci si diverte con la figura di Morgante
accompagnato da Margutte, ma viene anche da riflettere sul perché il Pulci ha voluto introdurre un
personaggio così grottesco nel suo poema. Banalmente si potrebbe paragonare la
sua funzione narrativa con quella dell’orco nelle favole: qui per meravigliare
e simboleggiare la malvagità e i pericoli nella vita, nel poema per divertire,
per rompere la noia della vita di corte con una risata. Un’opinione che
potrebbe essere plausibile, ma che non mi pare soddisfacente.
Troppo fine mi pare al riguardo l’intelligenza del Pulci e troppo prorompente
la sua fantasia creativa e immaginativa. E soprattutto troppo forte la sua capacità d’ironia, troppo
straripante il suo fervido spirito burlesco da vero e puro toscano. Mi pare
invece che la figura del gigante Morgante sia una metafora, così come appare il
popolo nel sonetto “L’uomo” di
Campanella e mi pare anche il gobbo di “Notre Dame de Paris” di Hugo.
E posta
la cosa in questa prospettiva, mi colpisce soprattutto l’episodio della sua
morte; o meglio la metafora della sua morte: un gigante di otto metri e armato
di un batacchio di campana che muore per il morso di un granchiolino! Così al
confronto mi viene in mente la morte dell’uomo per un infinitamente piccolo
essere, appunto un microscopico virus,
come l’odierno Covis 19, o come i micidiali bacilli e batteri della
tisi, del vaiolo, della poliomielite appena sconfitti nel recente passato!
Allora, nel Quattrocento, il Pulci non si sarebbe potuto immaginare
l’esistenza di qualsivoglia batterio o bacillo e tanto meno quella dei micidiali
virus, osservabili soltanto con i più potenti e recenti microscopi elettronici.
E perciò il Pulci fa morire nella metafora dell’uomo il gigantesco Morgante con
un morso di un minuscolo granchiolino, con un rapporto di grandezza tra i due
che potrebbe essere espresso da un
numero grandissimo: quanti granchiolini ci vorrebbero per pareggiare la grandiosità
di un gigante alto otto metri?
Ma
il gigante Morgante non potrebbe essere la metafora dell’uomo e del popolo,
così come il popolo è identificato con un gigante nel sonetto campanelliano? Allora potremmo dire
che la superbia di potenza e di grandezza dell’uomo e del popolo viene derisa e messa in ridicolo non solo dalla morte per un morso
di granchiolino come nel quattrocentesco Morgante, ma tanto più oggi con la
morte ad opera del Covis 19 d’infinitesima e microscopica piccolezza.
lunedì 21 dicembre 2020
REGILLO E SUOR COLOMBA
Questa mia poesia la scrissi molti anni fa,
quando i miei compaesani fecero una nuova banda musicale e la chiamarono
Regillo. La scrissi in dialetto moriconese ( un dialetto dalla pronuncia dura e
chiusa) e con un senso scherzosamente ironico: i moriconesi identificano il
loro (e il mio) paese, senza alcun fondamento
storico, con l’antica città sabina Regillo (tanti altri paesi della stessa
zona affermano per se stessi la medesima identificazione). Sono così orgogliosi
di questa pretesa identificazione storica che hanno chiamato la locale banda
musicale appunto Regillo. Purtroppoi essi non celebrano affatto Suor Colomba, secondo
dati storici loro compaesana, vissuta nel Settecemto, dotata di notevole personalità e che
ancora nell’Ottocento era celebrata come suora in odore di santità
Se cridu ch’a nni scóji e‘ Murricó
Ce stea Regillum oppidum Sabinae,
Gliel’au dittu, ma non sau però
Ddo stau e quali so’ quelle ruine
Che non ge stau né qua, né là, né su, né
jó,
Ché fiji forse so’ de’ saracine,
De’ normanne o lombarde o che ne so,
Delle ggendi londane o de’ vicine.
Issi c’a banda ce ggiranu però
Co’ ssu famusu nome de Regillo,
Cucì fumusu che ce sfuma ‘n bo
Come ó fume che fa Puzzu Furnillu
Me pare jé va bbe’ pure ‘n puillu
De fume condéndi ‘ngora mo
De stu nome arminu pe’ sindillu.
De sor Colomba ‘nvece se ne scordanu,
Pure de monichelle ‘e Murricó;
A penzacce bbè’ non ze recordanu
De famije che ne teneanu pó’
‘Na fija arminu, e mo non ge congordanu
C’a fete che ce tengu; ma però
Co’ cche festa de sandu ce se ‘ccordanu
E ‘n che modo ce tengu ‘a divusió’.
Pó esse’ che pe’ sor Colomba ‘nvece
Mangu don Aleandro c’ha pututu
Co’ tanda ‘mmirasione, che ce fece
Diversi articulitti a ‘nnu ggiornale?:
Pussibbile che tandu c’è scadutu
U nome de ‘na monica speciale?
PARAFRASI
Molti moriconesi
credono che sul pietrame di Moricone ci sia stata l’antica città sabina Regillo:
glielo hanno detto, ma non sanno dove se ne trovano i resti,
che non stanno qua
o là, né sopra né sotto; ci credono perché forse sono figli di saracine o delle
normanne o delle lombarde o che ne so, di gente lontane o di quelle vicine.
Essi pèrò vanno in
giro con la banda e con quel nome famoso
di Regillo, così fumoso che ce sfuma un poco come il fumo che fa Pozzo
Fornello..
Mi pare che a loro
vada bene anche un pochino di fumo, contenti ancora adesso
almeno di sentirne
il nome.
Invece di suor Colomba
se ne dimenticano e (si dimenticano) anche delle sue suore di Moricone; a pensarci bene
non ricordano (neanche) di quelle
famiglie moriconesi che poi (di monache) ne tenevano almeno una e (per questo)
non concordano con la loro fede; però per la festa di qualche altro santo si
mettono d’accordo, e in qualche modo professano la loro devozione.
Può essere che invece
per suor Colomba, neanche don Aleandro ha potuto influire, con tanta
ammirazione che ne ebbe da scriverci sul giornale (delle suore) tanti articoletti?
E’ possibile che sia scaduto così tanto il nome di una monaca così speciale?
lunedì 14 dicembre 2020
Una mia antica poesia trattadal mio autoedito “Pagine dissepolte”
Nell’azzurro
cielo profondo
Una
nuvola alta
Sta
come nella mia coscienza
Un
turbamento.
Lieve
muta un suo lembo
E
in metamorfosi
Aereo
fanciullo sorprende;
Un
lento mutamento
Quel
volto più chiaro delinea
Ed
accanto d’aria fiorisce
Profilo
d’immagine femminea.
Dal
fondo mi riemerge
Acerba
adolescenza:
Rosseggia
di fuoco il tramonto,
La
nuvola s’incendia
E
io ardo al ricordo.
Ed
ora il mio tempo si brucia
Nell’ultimo
sole,
Come
scialba falena
A
fiamma di lucerna.
domenica 26 aprile 2020
O voi torturati e uccisi non gemete,