domenica 17 gennaio 2021

 

Riporto qui di seguito questa mia vecchia poesia tratta dal mio CANTATINE autoedito con Youcanprint

 

          DENTRO  DI  NOI, 

Amore, amore mio,

Fermati ad ascoltare

Se anche in te una voce dice

Cose che vengono dal cuore!

Sarai felice

Per musica d’amore sconosciuta

E riscoperta come una sorpresa

Attesa ed improvvisa.

 

Amore, amore mio,

Fuori di noi è il mondo che ci chiama

Nei voli al di sopra delle nuvole

Come sogni vissuti ad occhi aperti,

Come sul mare vanno le crociere.

 

Fuori di noi sulle strade nere

Stridono le gomme delle macchine

Alle curve;

Fuori di noi le cifre

Contano i secondi

D’un tempo senza senso;

Fuori di noi,

Fuori di noi!….

 

Dentro di noi, amore,

C’è un mondo tutto da scoprire,

Fatto di meraviglie che soltanto

Si possono sognare.


Dentro di noi,

C’è un amore

Che s’illumina nel tempo

Per sentimenti che vivono nel cuore;

Dentro di noi c’è luce per la vita,

 

mercoledì 6 gennaio 2021

 Riporto qui di seguito gli Epitaffi tratti dal mio
LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI autoedito
con Youcanprint                     
 
                                 EPITAFFIO
  
                                    Qui giace
                         l’Uomo Contemporaneo
                                non ebbe tempo            
                     che al produrre e al consumo                                                      
                           non rise e non cantò
                         non pianse e non narrò
                                 vecchio morì
                          senz’essersi avveduto
                 d’essere almeno per un dì vissuto
                                O viandante vai
                             non ti posar giacché
                                    costui da te
                            non meritò un saluto.
                           
                                    
 
                                 II°  EPITAFFIO
             
                             Il poeta odierno
                                      giace
                                  qui morto
                         la sua anima all’inferno
                 è condannata a zoppicar su sillabe
                          del suo verso distorto
                              e quando riposa
                             a starsene in bilico
                             su pessima prosa
 
        
                              EPICEDIO  PER  LA
                      FIERA   LETTERARIA
                                                  
Di certo Fracchia te non riconosceva
Più sua figlia, e il suo teschio gelido
Nel cimitero non avrà  socchiuso
Solo un’occhiaia per l’ultima tua morte.
Ma l’Angioletti non so che crepacuore
Avrà sofferto dentro la sua tomba
Nel conoscerti in pessima salute,
Sapere poi la funesta notizia.
 
Dramma fu il tuo tendere a serbare
Stile e decoro, non cedere alle voglie
D’ibrido secolo dedito a consumistiche
Orge d’affari:  pur sempre i compromessi
Male procurano a chi ebbe per natura
Animo e slancio a pro della cultura.
 
Adesso il bell’inserto Tuttolibri,
Per te, dentro lo spirito del tempo,
Non lista a margine ipocrita lutto,
Ma dalle edicole ilare espone
Classifiche di libri più venduti
Come salumi, e occhieggia dalle mani
Del pescivendolo che v’avvolge cefali,
Saraghi e minutaglia per frittura.
 
                   

venerdì 1 gennaio 2021

 

                        MORGANTE  E  IL.. .COVIS

  Il Pulci era un toscano e, come più o meno tutti i toscani, si esprime nel suo poema “Il Morgante” con tutto il suo spirito arguto e insieme ridanciano. E proprio coerentemente col suo spiritaccio, il Pulci scrive l’opposto di quanto gli era stato chiesto dalla Tornabuoni, madre del Magnifico, suo protettore: non il poema esaltante le gesta del cristianissimo Carlo Magno, e non tanto quello delle avventure fantasiose e mirabolanti dei paladini, quanto quello delle avventure ribaldesche dei due giganti, cioè  il mezzo gigante Margutte alto solo quattro metri, e il gigante Morgante, da cui prende il titolo l’opera, alto otto metri e armato di un batacchio di campana.

  Nella lettura delle sue ottave ci si diverte con la figura di Morgante accompagnato da Margutte, ma viene anche da riflettere sul  perché il Pulci ha voluto introdurre un personaggio così grottesco nel suo poema. Banalmente si potrebbe paragonare la sua funzione narrativa con quella dell’orco nelle favole: qui per meravigliare e simboleggiare la malvagità e i pericoli nella vita, nel poema per divertire, per rompere la noia della vita di corte con una risata. Un’opinione che potrebbe essere plausibile, ma che non mi pare soddisfacente.

  Troppo fine mi pare al riguardo l’intelligenza del Pulci e troppo prorompente la sua fantasia creativa e immaginativa. E soprattutto  troppo forte la sua capacità d’ironia, troppo straripante il suo fervido spirito burlesco da vero e puro toscano. Mi pare invece che la figura del gigante Morgante sia una metafora, così come appare il popolo  nel sonetto “L’uomo” di Campanella e mi pare anche il gobbo di “Notre Dame de Paris”  di Hugo.

  E posta la cosa in questa prospettiva, mi colpisce soprattutto l’episodio della sua morte; o meglio la metafora della sua morte: un gigante di otto metri e armato di un batacchio di campana che muore per il morso di un granchiolino! Così al confronto mi viene in mente la morte dell’uomo per un infinitamente piccolo essere, appunto un microscopico virus,  come l’odierno Covis 19, o come i micidiali bacilli e batteri della tisi, del vaiolo, della poliomielite appena sconfitti nel recente passato!

  Allora, nel Quattrocento, il Pulci non si sarebbe potuto immaginare l’esistenza di qualsivoglia batterio o bacillo e tanto meno quella dei micidiali virus, osservabili soltanto con i più potenti e recenti microscopi elettronici. E perciò il Pulci fa morire nella metafora dell’uomo il gigantesco Morgante con un morso di un minuscolo granchiolino, con un rapporto di grandezza tra i due che  potrebbe essere espresso da un numero grandissimo: quanti granchiolini ci vorrebbero per pareggiare la grandiosità di un gigante alto otto metri?

  Ma il gigante Morgante non potrebbe essere la metafora dell’uomo e del popolo, così come il popolo è identificato con un gigante  nel sonetto campanelliano? Allora potremmo dire che la superbia di potenza e di grandezza dell’uomo e del popolo  viene derisa e messa  in ridicolo non solo dalla morte per un morso di granchiolino come nel quattrocentesco Morgante, ma tanto più oggi con la morte ad opera del Covis 19 d’infinitesima e microscopica piccolezza.

 

 

 

 

 

 

lunedì 21 dicembre 2020

 

                                    REGILLO  E  SUOR COLOMBA

 

  Questa mia poesia la scrissi molti anni fa, quando i miei compaesani fecero una nuova banda musicale e la chiamarono Regillo. La scrissi in dialetto moriconese ( un dialetto dalla pronuncia dura e chiusa) e con un senso scherzosamente ironico: i moriconesi identificano il loro (e il mio) paese, senza alcun fondamento  storico, con l’antica città sabina Regillo (tanti altri paesi della stessa zona affermano per se stessi la medesima identificazione). Sono così orgogliosi di questa pretesa identificazione storica che hanno chiamato la locale banda musicale appunto Regillo. Purtroppoi essi non celebrano affatto Suor Colomba, secondo dati storici loro compaesana, vissuta nel Settecemto, dotata di notevole personalità e che ancora nell’Ottocento era celebrata come suora in odore di santità

 

Se cridu ch’a nni scóji  e‘ Murricó

Ce stea Regillum oppidum Sabinae,

Gliel’au dittu, ma non sau però

Ddo stau e quali so’ quelle ruine

 

Che non ge stau né qua, né là, né su, né jó,

Ché fiji forse so’ de’ saracine,

De’ normanne o lombarde o che ne so,

Delle ggendi londane o de’ vicine.

 

Issi c’a banda ce ggiranu però

Co’ ssu famusu nome de Regillo,

Cucì fumusu  che ce sfuma ‘n bo

Come ó fume che fa Puzzu Furnillu

 

 

Me pare jé va bbe’ pure ‘n puillu

De fume condéndi ‘ngora mo

De stu nome arminu pe’ sindillu.

 

 

 

De sor Colomba ‘nvece se ne scordanu,

Pure de monichelle ‘e Murricó;

A penzacce bbè’ non ze recordanu

De famije che ne teneanu pó’

 

‘Na fija arminu, e mo non ge congordanu

C’a fete che ce tengu; ma però

Co’ cche festa de sandu ce se ‘ccordanu

E ‘n che modo ce tengu ‘a divusió’.

 

Pó esse’ che pe’ sor Colomba ‘nvece

Mangu don Aleandro c’ha pututu

Co’ tanda ‘mmirasione, che ce fece

 

 

Diversi articulitti a ‘nnu ggiornale?:

Pussibbile che tandu c’è scadutu

U nome de ‘na monica speciale?

 

 

                              PARAFRASI

 

Molti moriconesi credono che sul pietrame di Moricone ci sia stata l’antica città sabina Regillo: glielo hanno detto, ma non sanno dove se ne trovano i resti,

che non stanno qua o là, né sopra né sotto; ci credono perché forse sono figli di saracine o delle normanne o delle lombarde o che ne so, di gente lontane o di quelle vicine.

Essi pèrò vanno in giro con  la banda e con quel nome famoso di Regillo, così fumoso che ce sfuma un poco come il fumo che fa Pozzo Fornello..

Mi pare che a loro vada bene anche un pochino di fumo, contenti ancora adesso

almeno di sentirne il nome.

Invece di suor Colomba se ne dimenticano e (si dimenticano) anche delle  sue suore di Moricone; a pensarci bene non  ricordano (neanche) di quelle famiglie moriconesi che poi (di monache) ne tenevano almeno una e (per questo) non concordano con la loro fede; però per la festa di qualche altro santo si mettono d’accordo, e in qualche modo professano la loro devozione.

Può essere che invece per suor Colomba, neanche don Aleandro ha potuto influire, con tanta ammirazione che ne ebbe da scriverci sul giornale (delle suore) tanti articoletti? E’ possibile che sia scaduto così tanto il nome di una monaca così speciale?

 

 

 

lunedì 14 dicembre 2020

 

Una mia antica poesia trattadal mio autoedito “Pagine dissepolte”

 UNA NUVOLA ALTA

Nell’azzurro cielo profondo

Una nuvola alta

Sta come nella mia coscienza

Un turbamento.

 

Lieve muta un suo lembo

E in metamorfosi

Aereo fanciullo sorprende;

 

Un lento mutamento

Quel volto più chiaro delinea

Ed accanto d’aria fiorisce

Profilo d’immagine femminea.

 

Dal fondo mi riemerge

Acerba adolescenza:

Rosseggia di fuoco il tramonto,

La nuvola s’incendia

E io ardo al ricordo.

 

Ed ora il mio tempo si brucia      

Nell’ultimo sole,

Come scialba falena

A fiamma di lucerna.

 

 

 

domenica 26 aprile 2020


                    VENTICINQUE  APRILE
      SETTANTACINQUESIMO  ANNIVERSARIO

Oggi ricordo quel giorno fiorito
Di bianco, di rosso, di verde
Al sole d’oro nel cielo colmo d’azzurro
Quando la luce degli occhi
Ci si apriva alla speranza,
Come un fiore si apre
Al vento di primavera.

Allora in quel giorno  mi parvero
I partigiani torturati ed uccisi,
Assieme ai vecchi alle donne e ai bambini
Arsi nelle case bruciate,
Sorridere e risorgere
Nella luce azzurra del cielo
In un coro di inni e di mille bandiere.

Ma oggi dentro mi si empie
Il cuore d’amarezza e di lacrime
Al vedere deposte corone d’alloro
Sulle lapidi fredde di marmo, 
Come corone consolatorie
Per gli amari tradimenti verso gli ideali
Di quelli che soffrirono torture
E versarono il sangue per un sogno
D’un mondo più giusto e di pace
Per le nuove generazioni future.   

E se oggi ancora io ascolto
Cantare dai giovani le canzoni
Di resistenza e di lotta d’allora,
Dentro io fremo di sdegno
Per gli antichi palazzi
In cui si tendono tele di ragno
Che avvolgono e serrano
Quella giustizia per cui essi
Versarono sangue e morirono.
  
Tanti anni,e a me vecchio
Sembrano ancora quelli di ieri,
Perché ricordo quei giorni e vissi quei fatti
Ed ebbi vive nel cuore le loro speranze!
Ma ora negli occhi
M’è rimasta soltanto la rassegnazione
Di fronte a coloro che vincono sempre,
E sconforto m’assale nel giorno
In cui sulle tombe ormai antiche
Squillano trombe:
O voi torturati e uccisi non gemete,
Sorridete almeno solo in questo giorno
Per i semi che avete gettato nel solco
Col vostro sangue!


mercoledì 5 febbraio 2020


     Pubblico qui di seguito questo scritto tratto
dal mio POESIA E FORMA autoedito con Youcanprent.

                          LA FUNZIONE DELLA POESIA

   Anche ai semplici lettori mi pare che possa accadere di chiedersi quale sia la funzione della poesia quantunque non sempre se ne ha chiara la risposta. Porsene la questione mi sembra invece necessario per chi abbia voglia di scrivere versi con consapevolezza delle ragioni, dei fini, degli strumenti e dei modi di scrivere versi con consapevolezza delle forme che connotano e distinguono la poesia.
   Certamente alla radice della scrittura poetica c’è l’esigenza primaria dell’espressione delle cariche emotive dell’uomo; esigenza che nei tempi oscuri della storia coincise col canto e con la musica, per cui si motivarono le misure dei versi, i loro ritmi e le strofe, facendo nascere la poesia come arte specifica.
   La poesia però non è solo espressività dei moti dell’animo. E’ anche strumento di comunicazione religiosa, come  negli inni sacri e nei salmi. Ed è anche, forse soprattutto, strumento di enunciazione e diffusione delle idee, di contenuti culturali, come con Lucrezio e Dante, di sviluppo e consolidamento delle idee nazionali e del potere, come con Virgilio e Orazio nell’antichità e come con Carducci più recentemente; di propaganda più o meno palese .
   La  diffusione della poesia certamente era legata alle potenzialità della sua  memorizzazione  per effetto del ritmo, delle rime e delle strofe, che ne facilitavano anche l’apprendimento e la declamazione specialmente in tempi di analfabetismo strumentale, quando era cantata e recitata anche dai ceti popolari, persino nei paesi della campagna con i canti mandati a memoria dai contadini.
   Le classi dirigenti che ne usufruivano come strumento di persuasione, di consenso e di potere, però già al principio del secolo scorso, avevano trovato strumenti ben più efficaci e alternativi di comunicazione di massa nella stampa, nella radio e poi nel cinema, sia per la capillarità di diffusione sia per l’enorme capacità di coinvolgimento popolare.
   Ne pagò subito il prezzo  Rapisardi, osannato fino a pochi anni prima e oscurato e dimenticato subito dopo la morte. Ne fu poi testimone più ancora l’ermetismo, quando i poeti ormai erano  isolati ed emarginati dal mercato culturale.  Da allora la poesia è stata quasi espulsa dai cataloghi editoriali; si è poi limitata e racchiusa in un’esperienza solipsistica, in uno sperimentalismo parossistico, in un’ubriacatura della metafora. Quale può essere oggi la funzione della poesia così condizionata dai tanti nuovi linguaggi apparsi e ormai d’uso comune con lo sviluppo tecnologico e con la produzione dei nuovi mezzi elettronici? Quale funzione può svolgere la poesia nei tempi del cellulare, di Twitter, di Istagrm e  di Facebook?
  Ce lo dobbiamo chiedere, se davvero vogliamo ancora utilizzare il linguaggio poetico con la consapevolezza che esso richiede.