domenica 11 marzo 2018

Riporto qui di seguita questa poesia tratta dal mio SCORCI edito
in cartaceo da Vitali Editore e in ebook da Compraebook.


                       TERRA  SATURNIA

Il cenere dell’italo Saturno
         Fu qui dissolto dove
         Lo custodiva un tumulo di marmo
         Bianco e superbo:
         Le guerre lo dispersero ed il tempo,
         Poiché l’età dell’oro si disfece
         In quella del ferro nefasta
         Che oggi per noi s’involve
         In quella del petrolio graveolente.

         Non bastò disperdere le ossa
         E la tomba sacrale. L’uomo odierno
         Ha violato il regno degli dei
         Coi razzi sulla luna, nell’ardita
         Conquista del mistero che ci avvolge.

         La mitica pace dell’età saturnia
         Oggi è solo una speranza uccisa
         Dentro la nostra cattiva coscienza,
         Su un pianeta che ruota
         Punto sperduto dentro l’universo:
         Guerre conflagrano ed armi terrifiche
         I popoli sconvolgono e minacciano
         Distruzioni tremende sulla terra
         E la fine degli uomini e del mondo.

            Pure per un momento qui trasale
         Il cuore ancora al senso di un’ingenua
         Natura, d’abbandono a questo verde
         Che risale ai monti, si confonde
         In tenui linee celesti all’orizzonte.
         Ma sull’asfalto stridono le gomme
         E il vento delle macchine percuote
         In turbine le fronde delle querce:
         Il venefico ossido si posa
         Sulle soffici foglie dei mentastri:
         E l’animo si turba e cerca un filo
         Che lo colleghi ancora alle radici
         Oltre i miti del tempo e della storia
         Nei precordi dell’uomo ad un barlume
         D’atavica speranza.

venerdì 2 marzo 2018

Pubblico qui di seguito questa poesia tratta dal mio
PAGINE DISSEPOLTE autoedito con Youcanprint

         SIAMO TANTI

Leggo lungo la via manifesti di lutto;
Siamo tanti, ogni giorno
Non pochi di noi
Se ne vanno nel mondo di là.

La gente cammina e non vede;
Se avesse tempo anche non avrebbe
Occhi per leggere in grossi caratteri
Nomi sotto le croci fra tanta reclame.

Siamo tanti nel mondo,
Giova salutarci noi vivi
Con una sola parola,
Perché non avremmo fiato
Per rivolgerne alcune
A quanti incontriamo.

Siamo tanti nel mondo
E ci sospingiamo l’un l’altro
In finte rincorse col tempo.
Non abbiamo più cuore
Per calde rimembranze.
E i morti che dentro
Più non ci crescono
Nell’oblio si sciolgono
In labili evanescenze.

Ma intanto il cimitero
Si è ampliato di quel tanto
Che quasi s’è fatto
Più grande della nostra città.
Sotto i cipressi i morti vi stanno
L’un l’altro addossati, quasi in timore
Che sul nostro antico pianeta
Accada una grande
Disperata calamità

giovedì 15 febbraio 2018


Pubblico qui di seguito questa canzone tratta dal mio ebook  CANTATINE E SEI CANZONI DA MUSICARE autoedito con Youcanprint

         DENTRO  DI  NOI,

Amore, amore mio,
Fermati ad ascoltare
Se anche in te una voce dice
Cose che vengono dal cuore!
Sarai felice
Per musica d’amore sconosciuta
E riscoperta come una sorpresa
Attesa ed improvvisa.

Amore, amore mio,
Fuori di noi è il mondo che ci chiama
Nei voli al di sopra delle nuvole
Come sogni vissuti ad occhi aperti,
Come sul mare vanno le crociere.

Fuori di noi sulle strade nere
Stridono le gomme delle macchine
Alle curve;
Fuori di noi le cifre
Contano i secondi
D’un tempo senza senso;
Fuori di noi,
Fuori di noi!….

Dentro di noi, amore,
C’è un mondo tutto da scoprire,
Fatto di meraviglie che soltanto
Si possono sognare.
Dentro di noi,
C’è un amore
Che s’illumina nel tempo
Per sentimenti che vivono nel cuore;
Dentro di noi c’è luce per la vita,
Dentro di noi…
Dentro di noi….





sabato 3 febbraio 2018


  Pubblico qui di seguito la PREMESSA e il testo della poesia NON UCCIDETE IL MONDO tratte dal mio volumetto POESIE PER LA SCUOLA autoedito con YOUCANPRINT

                                                   PREMESSA

                               La poesia per la scuola ha il suo tramite nei testi. Da cui in questi ultimi tempi  è stata emarginata.  Se non addirittura espunta. Basta sfogliarne le pagine. Rare sono le poesie riportate; perlopiù di autori stranieri: quindi tradotte da altre lingue, e perciò affievolite e impoverite delle  potenzialità, delle suggestioni,  della bellezza della parola originaria.                                            
                               Oggi non se ne vuole favorire più la lettura come momento forte, emozionale ed estetico, del processo educativo. Né se ne vuole promuovere la memorizzazione come acquisizione di esperienze psicologiche profonde e di conoscenze intellettive e linguistiche. E perciò fattore di maturazione della personalità nel suo complesso.
                              Oggi i testi scolastici sembrano lo specchio dei nostri tempi prosaici. Specchio di un pragmatismo che spadroneggia nelle coscienze, di uno spirito che conosce solo il prodotto e la competitività del mercato. Specchio di una scuola che prima si è voluta scrollare di dosso l’educazione dietro il paravento dell’istruzione e poi assumersi la finalità assai impropria della formazione.
                              Dietro lo schermo dell’adozione di un insegnamento delle cose razionali e concrete, delle nozioni rese fredde nella loro essenzialità oggettiva, non c’è più l’attenzione ai sensi della più profonda umanità, c’è l’elusione di una delle più alte forme dell’educazione ai valori della vita e dell’uomo, cioè c’è lo scantonamento dalla poesia. Che sembra essere intesa falsamente come  espressione di un mondo irreale, di un mondo improduttivo, del mondo dei poeti, visti forse come  acchiappanuvole.            
                              Non solo. Quando nelle scuole si propone un testo poetico, caso sempre più raro, in genere si fa come attività didattica per un’operazione di analisi formale e lessicale. Si fa anche per un’analisi delle modalità d’impiego dei cosiddetti strumenti poetici, specialmente di tutte le varie figure retoriche, con anche l’immancabile quanto vacua sottolineatura  di tutti gli enjambement.
                               Ragazzi che, quindi, non vengono  sollecitati a conoscere e a  godere la bellezza evocativa delle parole;  a saper cogliere la bellezza che nasce dall’unità di suono e di senso dei versi. Ragazzi che vengono  invece sollecitati quasi ad apprendere  il mestiere del critico se non anche quello del poeta, col sottoporli alla tortura dell’analisi dei versi scomposti nei loro elementi formali, linguistici e retorici, quasi come in una vivisezione.       
                              Cosi si riduce la scuola ad obitorio. Per via di quelle analisi. E si opera come in “corpore vili”.  Perché così la poesia si presenta ai ragazzi già morta; e a loro viene insegnato a sezionarla, ad  analizzarla nei suoi elementi isolati dal complesso unitario, cioè dal momento poetico più vivo. Così si mortifica e si tradisce non solo la poesia ma anche il poeta. Sarebbe poco se non si tradisse l’uomo nella sua interezza e, quindi, se non si tradissero i ragazzi.     
                              Qui sta il vero problema del rapporto allievo/poesia nell’ambito della scuola. Perché all’allievo viene somministrato lo studio della poesia come se questa fosse scienza, quando invece  è d’altra natura. E così si mortifica anche il sapere, si uccide la lettura e la voglia di conoscere; certamente si uccide la poesia.
                              E il ragazzo né ora né in seguito si accosterà più spontaneamente e con amore ad essa.
                              Ed è una colpa tremenda della scuola!
                          
                      
  NON UCCIDETE IL MONDO

Non uccidete il bosco,
Non uccidete i pini
Che ora dispiegano i rami
Nell’azzurro del cielo,
Ora in cima hanno
Pennacchi di nuvole!
Non uccidete
Questi albatri e questi lecci
E gli agili carpini
Dove allegre capinere nidificano,
Dove cantano i merli
E svelte le piche
Disegnano l’aria
Di colori che mutano al volo!

Non uccidete il fiume
Che rispecchia nell’acqua
Il cielo e le nuvole
E le rondini oblique
E le vetrici verdi
Di nuovi germogli!
In viscide schiume biancastre
Non spegnete la sua voce che nelle
Mille piccole gole di rapide brevi
Canta lievi alle rive
Canzoni argentine!
Non offuscate la sua chiarità
Dove in trasparenze
Di limpida luce
Barbi guizzano
E cavedani lenti risalgono.!
Non uccidete il mare che accoglie
Le verdi acque dei fiumi
E in onde le infrange
Su rive a spruzzi di perle,
Dove spigole e saraghi
Argentei nuotano in cerchi di luce
E volano gabbiani nell’aria che intorno
L’effluvio d’alghe diffonde e di sale!

Non affogate il cielo e le stelle
                In cumuli di fumo
                Che soffocano il canto degli uccelli;
                Non fate salire alle nuvole
Nefaste volute di polveri
Che poi discendono in piogge venefiche
Sulle rosse cerase!
Non sperate nulla dal vento
Benefico che soffia da nord,
Che non può scambiare
Dai valichi dei monti
Le nuvole fumide di smog!

Non uccidete il fiume,
Non uccidete il mare,
Non uccidete il bosco,
Il cielo e il mondo,
Se non volete che la terra
Sia un’immensa bara per voi,
Che non avrete figli
Per piangere e pregare
Perché sulle sventure
Che incombono all’uomo
Dolce discenda
La pietà del Signore!















martedì 23 gennaio 2018

Riporto la seguente lettera/satira
tratta dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI autoedita
con EDIZIONI SIMPLE

                A   M.  Z.                                                                       

Tu gentile mi chiedi perché i miei versi non pubblico,
Giacché – tu dici - sono limpidi ed hanno
Profondo senso poetico.
                  
Sarei un ipocrita se ti dicessi che mi muove pietà
Per le vetrici argentee, per gli agili pioppi, che il cielo
Sereno svariano d’umido verde nei giorni infuocati
D’estate e di caldi colori
In quelli che illanguidisce autunno.
Infatti per così poco
Bisogno non avrei di camion di carta,
Come Moravia per le tante sue opere o peggio di treni
Che Montanelli consuma per la penna mai quieta.
Pietà degli alberi non hanno i grandi editori,
Quando i libri pubblicano che non valgono un fico,
Purché scritti siano da questo o quel giornalista,
Da un attore o gran cuoco o da un divo qualsiasi,
Da uno già noto comunque;
Pietà non ne hanno  i poeti
Quando elencano parole in schemi d’epigrafi
E dalle loro frenesie
Lambiccano inaccessibili metafore,
Senza né punti né virgole
E per poesia il tutto gabellano.

Più ancora m’indugia pudore
Di debole e tremula voce
Sommersa fra gli strepiti di mille
E mille  sedicenti poeti
Che dalle paginette gridano parole ubriache e le loro                      
Anime  isteriche in  versi insaponano stolidi; tra tanto
Gracidare confuso d’opuscoli,
Chi mi trarrebbe più in alto
Sicché udire si possa
Da dieci lettori l’ingenuo mio canto?
Non certo verrebbero i critici ad aprirmi le porte
Degli editori, poiché se costoro
Sono  troppo impegnati
Nell’industria dei nomi affermati comunque,
Quelli sono intesi a fingere d’avere trovato qualcosa
Dentro l’altrui lavoro che essi invece vi han messo.
Né io intendo darmi per stupido prurito del mio nome
Ai viscidi tentacoli protesi
Da un di quei che stampano
Per denaro sonante libercoli a gettito continuo
E intorno al collo d’illusi poeti stringono grinfie
Simile a quelle di notturni e astuti rapaci.

Quantunque onestamente
Stampando i miei versi a mie spese
Ne donassi le copie agli amici e le spedissi a quelli
Che nelle riviste contano e imbastiscono chiacchiere
Argute sulle lettere, chi ne farebbe conto?
Chi vedendole appena
Non le butterebbe fra le inutili carte           
Che nelle borse rigonfie ci porta il postino
Per la fiera di ciarle che infinocchiano  folle?
Si ciancia a bella posta di libertà dell’uomo
E delle idee, ma è solo libertà di mercato
In cui solo  chi tiene denaro può avere parola,
Solo chi ha denaro
Stringe nel pugno il potere dell’uomo        .
        
Ma io denaro non ho,
Né a lotto gioco o vinco scommesse                       
E non nutro speranze di fortune improvvise;
Ho solo desiderio di dire e di farmi ascoltare
Dalle pagine scritte. Ma essi ne han voglia?
Ma poi perché leggere dovrebbero
Un mio misero libretto
Coi miei poveri versi che a furia di lima rilucono
Appena qua e là fra ruvidi suoni
Ed aspri corrucci che da dentro mi scuotono?
Quanto a me certamente sai
Che io scrivo per me stesso,
Per dire quel che m’urge di quel che intorno accade,
Per lo sfogo di rabbia che ribolle a me ribelle dentro
Verso un mondo sconnesso che disfido,
Che guardo e nel guardarlo esplodo e allora scrivo
E nei miei versi io non veduto di me stesso rido.




domenica 7 gennaio 2018

Riporto qui di seguito la seconda lettera/satira AD ORAZIO
tratta dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI autoedita
con EDIZIONI SIMPLE


              AD  ORAZIO  ( seconda lettera)

Vieni Orazio, amico, luce di venti secoli,
Qui , non lontano dalla tua casa campestre,
Nel breve mio podere ai piedi dei Lucretili,
Di fronte al Soratte che arde nel tramonto;
Siediti con me sotto questi rossi cerasi,
Leggeremo io e te una pagina qualsiasi
Dei tuoi versi sublimi.
Berrai ancora con me un bicchiere
Di quel della Sabina, non quello che tu offrivi, 
Scusandoti, al tuo amico magnanimo,
Ma di quello che mio padre genuino produsse
Con le sue vecchie mani e che oggi è mio orgoglio.

Ma vieni da solo, il tuo Taliarco lascia
Nell’Ade e il tuo Mecenate nei Campi Elisi.
Oh! Non perché non ci sia
Un bicchiere anche per loro,
Ché dalla botticella se ne spilla d’avanzo,
Ma perché altri tempi son questi che viviamo
E schiavi e padroni mi farebbero il sangue cattivo.
Tu solo vieni, o anima amica, che io mi astengo
Dal giudicare per i tuoi legami con i potenti
E per le tue lodi a Cesare in cambio di un podere
Della mia terra, ma che vinci il tempo
Di venti e venti secoli col tuo canto.

Questo m’importa e non già quello, ché a te
Non competeva allora lotta di giustizia
E lotta di libertà, ma il canto immortale
Di grandezza e di pace dell’impero di Roma.
Non t’angustiar per l’iroso poeta di Zacinto,
Carpe diem! Rasserenati a un sorso di quel nostro
Che pur non quadrienne competere potrebbe
Col Cecubo e il Falerno delle mense
Del tuo Cavaliere. Avrai meraviglia
Di questi luoghi che furono a te cari,
Godrai di frutti che invidia farebbero
Ai commensali di Cesare e a Cesare stesso.

Non avere timore del frastuono che proviene
Dalle strade che a Roma confluiscono e da essa
Defluiscono; esso si attenua e s’ode
Perdersi sulle colline che ondeggiano dolci
Tra i Monti Lucretili e il sinuoso corso del Tevere,
Lungo le molte strade che tagliano più volte
La vostra antica Strada della Neve:
E’ il segno della nuova
Nostra grandezza senza schiavi,
Senza più cavalli, ma ricca di macchine ferree.

E quando ciò avrai visto,
Ti scioglierai dai tuoi rimpianti
E allora di certo con animo limpido con me canterai:
Nunc est bibendum, nunc pede libero
Pulsanda tellus! Altro mondo è questo,
Diverso da quello che tu allora lasciasti.
Ora le macchine producono ricchezza
Non più gli schiavi, o figlio fortunato di liberto!
Non più gli schiavi : o se sapessi quanti
Lottarono per questo,
Quanti per questo versarono sangue,
Che ora dai nuovi ricchi vilipesi
Sono! Ma quando avrai visto ogni cosa
E ti prenderà delusione
Di tanto umano affaccendarsi inutile,
Cercherò di consolarti, e per darti entusiasmo
Non ti offrirò bibite barbare all’occhio amiche
Per colori attraenti e fatture alchemiche,
che le industrie moderne ammanniscono, ma il nostro
Buon vino di Sabina merum et claru de cupa;
E con quello, insieme sollevando i bicchieri.
Canteremo carpe diem! per noi e per tutti
Quelli che credono e vivono
Nella bellezza della parola, e colgono
L’arcano della poesia e sanno
Il senso dell’uomo dentro l’universo!




giovedì 17 agosto 2017

Riporto qui di seguito la PREMESSA alle LETTERE e la lettera/satira ALLA MORTE tratte dal mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI autoedito con
EDIZIONI SIMPLE
                                  PREMESSA
   Vocabolari e storiografia letteraria sono concordi: la satira trae il suo nome da un piatto di varie vivande offerto agli dei, in quanto composizione di forme e contenuti variabili, di versi e prosa, cioè da ciò che è indicato con “satura”. Un miscuglio insomma, quasi un minestrone.
    D’altra parte, però, basterebbe non trascurare quello  che scrivono gli storici dell’antichità in proposito. Si coglierebbe facilmente la discendenza della satira da una specie di danze e di canti dei romani nei primi secoli, quindi da ciò che è derivato da “satyrus”.
   Dionisio di Alicarnasso nella sua Storia di Roma arcaica (siamo nel V sec. A.C.) nel Cap. VII al punto 72.10, a proposito delle processioni, scrive: “Infatti ai danzatori armati facevano seguito i danzatori travestiti da satiri, che imitavano le danze sicinnide…..Costoro motteggiavano e imitavano i movimenti solenni, volgendoli in ridicolo”.
.  Sappiamo che questa tradizione popolare, diciamo anche plebea, giunge fino alle soglie dell’Impero, quando i legionari nei cortei trionfali di Cesare cantavano: “Ecco, ora trionfa Cesare che sottomise le Gallie e non trionfa Nicomede che mise sotto Cesare”.
  Se si raccogliessero e raccordassero i verbi “schernire, motteggiare, facevano parodie” di cui parla Dionisio in proposito, si vedrebbe bene che questi sono i verbi propri di quella che poi sarà la satira nel suo manifestarsi nella storia letteraria. Si vedrebbe bene che, muovendo dai modi espressivi di coloro che, coperti di pelli di capre, rappresentavano i satiri, poeti e scrittori dei secoli seguenti realizzeranno opere letterarie non solo con linguaggio di scherno e motteggio, ma con raffinata ironia,  sarcasmo, come con Marziale,  di critica e denuncia e ancora di linguaggio beffardo, caustico, mordace, fino anche alla violenta fustigazione morale, come con Giovenale.
   Qui, in queste mie “lettere”, io ho voluto seguire in qualche modo sia l’una che l’altra interpretazione. Di fatto ho scritto quasi un “minestrone”, cioè un miscuglio di versi di varia misura che si assommano in ciascun verso della composizione; riguardo al contenuto, al genere, però ho tentato, così come m’è venuto, di seguire lo spirito ironico, di denuncia  che scaturisce dal mio senso di amarezza, da delusione profonda nei confronti del cammino dell’uomo nella storia.
   Composizioni, che ho voluto chiamare lettere, poiché con esse retoricamente mi sono rivolto a persone vive e defunte, e, curiosamente, persino alla Morte e alla Vita. A me, però, non sembra poi tanto strano, giacché oggi non pare che ci sia tanta possibilità di comunicazione interpersonale concreta, in quanto basata su rapporti affettivi e rilevanze emozionali. Meglio parlare con i Morti, cioè con i loro libri, e meglio parlare con se stessi, fingendo di rivolgersi alla Morte e alla Vita, che parlare in modo impersonale e convenzionale sul filo dei moderni mezzi elettronici e nelle corse affannose degli affari
del nuovo sistema di vita.

         ALLA MORTE

                  Eri già tesa nel buio dei millenni
              A spiare il mio attimo di luce
              Nel miracolo arcano dell’esistere,
              Morte terrifica!
             
              La mia adolescenza ti sorprese
              Dentro di me in un angolo nascosta
              Nel tuo agguato paziente una sera;
              In me ti scopersi come a specchio concavo
              E in me fu vuoto, e orrore di conoscerti,
              Alla mia coscienza saperti inalienabile,
              Ho imparato a portarti dentro l’essere mio stesso
              Mentre il tuo ascolto dentro al mio respiro,
              Giorno per giorno, e tu conti i miei minuti
              E gelida ti scaldi al mio calore.

              Sei più ripugnante d’ogni delusione,
              Più amara d’ogni speranza perduta,
              Terribile più dell’abisso che il pensiero discopre.
Nell’implacabile odio che  non ti dà requie
              Cerchi la Vita, tu sorella nemica sua ferale,
              In ognuno di noi e t’illudi di strozzarla
              E finirla con le adunche orribili tue mani;
              Ma essa ti sfugge d’uno in altro
              E d’uno in altro fulgida fiorisce,
              Bellissima nelle recondite gioie
              Che dal mondo s’insinuano dolci nei sensi sottili.

              Tu dibatti le ali maligne, brancoli cieca e la Vita
              Insegui più immonda della iena
              Che nel deserto si sazia seguendo le tue orme,
              Prendi noi ad  uno ad uno
              Come a scatto di trappola tremenda,
              D’ira livida nella tua illusione funesta.
Ma olimpico dal cielo il sole irride
              Alla tua rabbia impotente e indicibile,
              Infinita come l’immenso.
              Ed io un ghigno, prima che mi prenda,
              Sull’orrenda tua maschera ti faccio
              Mentre tracanno un bicchiere di vino,e la Vita
              Bella, radiosa, ineffabile, godendo saluto:
              Salve o Vita imperitura,
              Ambrosia divina del cielo e della terra,
              Trionfo d’uomini, di piante e d’animali.                               
              E tu, Morte, nefanda Morte, crepa di rabbia !