lunedì 2 gennaio 2017

Pubblico qui di seguito le prime tre composizioni
del mio "Cantatine più sei canzoni da musicare"
edito da Youcanprint in epub.
                    I
              
Si succedono i giorni e passa il tempo,
E nel tempo ogni cosa ha mutamento.
Anch’ io non sono più quello di ieri
Ed oggi sono altro di domani,
Ma t’amo sempre come il primo giorno,
E il mio amore per te non muta mai.

II
  
Tu mi prendi la testa tra le mani
Ed io nel cuore ascolto
Vivermi il tuo amore
Che sembra di millenni: forse
Eravamo già di dentro al tempo
Ed è da tanto che ti ho conosciuta.

      III
  
Strana luce è quella che s’accende
Strisciando nel cielo in un baleno
E poi scompare.
Più strana luce è quella che nel cuore
Tu m’hai accesa
E che col tempo non si può smorzare.











venerdì 30 dicembre 2016

Questa è l'immagine della copertina del mio ebook pubblicato a cura di Youcanprint nei giorni scorsi.

domenica 18 settembre 2016

                                                         ARTE ?

   C’è oggi, nel campo dell’arte, una bulimia di novità, una caccia all’originalità che ha del parossistico. Ogni elemento di novità che si manifesta in qualche nuovo manufatto muove critici e mercanti a valorizzarlo subito come nuovo capolavoro artistico. Purché rientri nel quadro delle prospettive più attraenti del momento e nei meandri della complessa sensibilità di coloro che operano nel campo specifico.
  E' da un secolo che si è scatenata questa bulimia.
   Lasciamo da parte, ad esempio, il Dito medio scolpito in marmo, il cui valore scultoreo non starebbe nella sua forma, nella luce, nell’armonia delle parti , ma nell’idea, nel concetto, o, meglio, nella novità e quindi nell’originalità dell’idea espressa in un linguaggio diverso e nuovo, anziché nella banalità e volgarità del gesto.
   Lasciamo da parte ogni giudizio ideologico al riguardo, come fu quello  hitleriano di “arte degenerata”, giacché per sua natura il giudizio ideologico non potrebbe che inquinare e alterare ogni analisi della natura artistica.
   Lasciamo da parte l’ormai classica ruota di bicicletta, cioè l’arte come presentazione del già fatto di Duchamp; lasciamo da parte le sgocciolature, cioè l’arte come casualità spontaneistica di Pollok; lasciamo da parte ogni altra specie di arte, da quella concettuale  a quelle dei  tagli, delle estroflessioni, delle accumulazioni, dei giochi ottici, degli impacchettamenti e di ogni altro simile elemento caratterizzato da una cosiddetta originalità, tutte consacrate da poderose analisi critiche e le cui opere sono collocate nei sacri spazi dei musei e nei caveau delle banche di tutto il mondo.
  Bisognerebbe  ingoiare cerebralmente tonnellate di volumi, un imponderabile e insostenibile quantità di analisi critiche per  considerare gli entusiasmi dei critici al di là dai loro schemi logici e  procedimenti disquisitivi, per capire non solo i loro principi e riferimenti valutativi, ma anche  quelli dei collezionisti e specialmente quelli dei cosiddetti investitori o speculatori del mercato.
   Ma tutto ci riporta alla domanda fondamentale: Che cosa s’intende per arte?
Risposta effettivamente ardua. Ma possiamo certamente ricorrere alle nostre conoscenze ed esperienze culturali ed avere come riferimento millenni dell’arte occidentale intesa come rappresentazione simbolica mediante figure di persone e cose, con cui trasmettere memorie, insegnamenti, emozioni con la massima efficacia.
  E possiamo dire allora che l’orinatoio, i tagli, le estroflessioni, i giochi ottici, le accumulazioni, le colature di colore, i grafismi, ecc. sono  modalità espressive del tutto diverse da quelle dell’arte che noi conosciamo, diverse da quelle che noi indichiamo tradizionalmente come opere d’arte.
   Potremmo dire allora che queste nuove modalità espressive costituiscono un complesso di attività che si sono sviluppate parallelamente all’arte che noi conosciamo come tale e da cui si sono staccate per effetto dello sviluppo tecnologico e come conseguenza dell’invenzione della macchina fotografica, del cinema, di tante altre macchine e di nuove tecniche comunicative ed espressive.
  Ma pure una domanda mi pare che si ponga come elemento valutativo da prendere in seria considerazione e cioè se  davvero possono essere qualificate come artistiche tutte quelle opere che possono essere lette e intese come provocazione?
 Allora sono provocazioni la ruota di bicicletta , i tagli d’una tela, le combustioni, l’orinatoio, il dito medio, il  WC dorato, la casualità espressiva , le  “performances“ ?
Ma davvero le provocazioni sono espressioni d’arte? E questa mi pare che sia la domanda fondamentale.




giovedì 18 agosto 2016

Dal mio POESIE PER LA SCUOLA edito da
Youcanprint pubblico qui la seguente poesia

      IL  ROBOT


Mi chiamano Robot
E faccio solo ciò
Che un ingegnoso tecnico
Di far mi progettò
E mai nient’altro,
Perché non sono scaltro,
Giacché, pensate un po’,
Un cervello io non ho.

Io sono un automa
Con il corpo metallico;
Il mio cuore è magnetico,
Perché l’uomo m’ha messo,
Proprio dentro me stesso,
Un programma elettronico
E un motore che va
Con l’elettricità.

Se io fossi bionico
Soffrirei il solletico,
Sarei anche ironico
Con l’ occhio elettronico
E cipiglio sardonico,
Pure ho voce che computa
Le parole con tono
Un po’ radiofonico.

Sono un automa,
Mi chiamano Robot.
Sostituisco l’uomo
Per lavori precisi
Che fare lui non può.
E tu vedi perciò
Che l’uomo mi fa
Per l’aiuto che ha.

Il mio nome è Robot,
Sono solo una macchina,
E ora in fabbrica sto,
Poi ovunque sarò
Per lavori perfetti:
E stai certo che un giorno
Con un po’ d’artificio
Pure a te parlerò.



martedì 26 luglio 2016

Dal mio POESIE PER LA SCUOLA edito da Youcanprint
pubblico qui la seguente poesia.

                         PANE


Pane. Pane fresco. Pane bianco.
Pane fragrante di fuoco e di sole.
Pane benedetto dal Signore.
Pane profumato di mani materne,
Che sa d’antico, perenne lavoro,
Che sa di terra fiorita e matura,
Che sa d’amore.

Pane che brilla
Nelle mani callose;
Pane trionfante sul desco del povero;
Pane spezzato
Con trepido senso d’affetto,
Come meraviglia
Per bianche tovaglie di lino;
Pane d’altri tempi,
D’altri profumi e d’altri sentimenti.

Pane facile,
Pane semplice,
Pane senza amore, buttato a cuocere
Con gesto indifferente
Nel forno commerciale.
Pane disprezzato,
Buttato nel secchio dei rifiuti,
Rifiutato nel benessere
Come senza valore
E antica condizione del povero,
Con inconscio rancore
Per tempi di lungo soffrire.

Pane scuro pane duro,
Pane quotidiano, desiderato,
Agognato,
Divorato dagli occhi
Di cento e centomila bambini,
Che gridano, gridano
Forte la miseria del mondo,
Che gridano, gridano
Fin dentro le nostre città opulente
La cattiveria del mondo,
Che butta nei rifiuti
Preziosissimo pane
Con gesto banale e incosciente!



   




venerdì 15 luglio 2016

Dal mio POESIE PER LA SCUOLA edito da Youcanprint
pubblico qui la seguente poesia


  NON UCCIDETE IL MONDO


Non uccidete il bosco,
Non uccidete i pini
Che ora dispiegano i rami
Nell’azzurro del cielo,
Ora in cima hanno
Pennacchi di nuvole!
Non uccidete
Questi albatri e questi lecci
E gli agili carpini
Dove allegre capinere nidificano,
Dove cantano i merli
E svelte le piche
Disegnano l’aria
Di colori che mutano al volo!

Non uccidete il fiume
Che rispecchia nell’acqua
Il cielo e le nuvole
E le rondini oblique
E le vetrici verdi
Di nuovi germogli!
In viscide schiume biancastre
Non spegnete la sua voce che nelle
Mille piccole gole di rapide brevi
Canta lievi alle rive
Canzoni argentine!
Non offuscate la sua chiarità
Dove in trasparenze
Di limpida luce
Barbi guizzano
E cavedani lenti risalgono.!
Non uccidete il mare che accoglie
Le verdi acque dei fiumi
E in onde le infrange
Su rive a spruzzi di perle,
Dove spigole e saraghi
Argentei nuotano in cerchi di luce
E volano gabbiani nell’aria che intorno
L’effluvio d’alghe diffonde e di sale!

Non affogate il cielo e le stelle
                In cumuli di fumo
                Che soffocano il canto degli uccelli;
                Non fate salire alle nuvole
Nefaste volute di polveri
Che poi discendono in piogge venefiche
Sulle rosse cerase!
Non sperate nulla dal vento
Benefico che soffia da nord,
Che non può scambiare
Dai valichi dei monti
Le nuvole fumide di smog!

Non uccidete il fiume,
Non uccidete il mare,
Non uccidete il bosco,
Il cielo e il mondo,
Se non volete che la terra
Sia un’immensa bara per voi,
Che non avrete figli
Per piangere e pregare
Perché sulle sventure
Che incombono all’uomo
Dolce discenda
La pietà del Signore!













lunedì 11 luglio 2016

Pubblico qui di seguito la Premessa a Lettere,
ultima parte del mio LETTERE BIGLIETTI E BIGLIETTINI
edito dalle  EDIZIONI SIMPLE
                                  PREMESSA
   Vocabolari e storiografia letteraria sono concordi: la satira trae il suo nome da un piatto di varie vivande offerto agli dei, in quanto composizione di forme e contenuti variabili, di versi e prosa, cioè da ciò che è indicato con “satura”. Un miscuglio insomma, quasi un minestrone.
    D’altra parte, però, basterebbe non trascurare quello  che scrivono gli storici dell’antichità in proposito. Si coglierebbe facilmente la discendenza della satira da una specie di danze e di canti dei romani nei primi secoli, quindi da ciò che è derivato da “satyrus”.
   Dionisio di Alicarnasso, nella sua Storia di Roma arcaica (siamo nel V sec. A.C.) nel Cap. VII al punto 72.10, a proposito delle processioni, scrive: “Infatti ai danzatori armati facevano seguito i danzatori travestiti da satiri, che imitavano le danze sicinnide…..Costoro motteggiavano e imitavano i movimenti solenni, volgendoli in ridicolo”.
Sappiamo che questa tradizione popolare, diciamo anche plebea, giunge fino alle soglie dell’Impero, quando i legionari nei cortei trionfali di Cesare cantavano: “Ecco, ora trionfa Cesare che sottomise le Gallie e non trionfa Nicomede che mise sotto Cesare”.
  Se si raccogliessero e raccordassero i verbi “schernire, motteggiare,volgere in ridicolo” di cui parla Dionisio in proposito, si vedrebbe bene che questi sono i verbi propri di quella che poi sarà la satira nel suo manifestarsi nella storia letteraria. Si vedrebbe bene che, muovendo dai modi espressivi di coloro che, coperti di pelli di capre, rappresentavano i satiri, poeti e scrittori dei secoli seguenti realizzeranno opere letterarie non solo con linguaggio di scherno e motteggio, ma con raffinata ironia e  sarcasmo, come in Marziale,  di critica e denuncia e ancora di linguaggio beffardo, caustico, mordace, fino anche alla violenta fustigazione morale, come in Giovenale.
   Qui, in queste mie “lettere”, io ho voluto seguire in qualche modo sia l’una che l’altra interpretazione. Di fatto ho scritto quasi un “minestrone”, cioè un miscuglio di versi di varia misura che si congiungono in  versi più estesi nella composizione. Riguardo al contenuto, al genere, però ho tentato, così come m’è venuto, di seguire lo spirito ironico, di denuncia, quindi satirico,  che scaturisce dal mio senso di amarezza, da delusione profonda nei confronti del cammino dell’uomo nella storia.
   Composizioni, che ho voluto chiamare lettere, poiché con esse retoricamente mi sono rivolto a persone vive o defunte, e, curiosamente, persino alla Morte e alla Vita. Questo, però, non dovrebbe sembrare  poi tanto strano, giacché oggi non pare che ci sia tanta possibilità di comunicazione interpersonale concreta e  basata su rapporti affettivi e rilevanze emozionali. Meglio conversare con i Morti, cioè con i loro libri, e meglio parlare con se stessi, fingendo di rivolgersi alla Morte e alla Vita, che parlare in modo impersonale e convenzionale sul filo dei moderni mezzi elettronici e nelle corse affannose degli affari nell’odierno sistema di vita.
                                     L’Autore