sabato 24 gennaio 2015

Con le seguenti righe oggi ho aperto il mio nuovo blog IL MODANO e il cui indirizzo è : ilmodano.blogspot.com
Il modano è un cannello con cui i pescatori rammagliano le reti. Per me qui è una metafora del blog con cui m'ingegno di rammagliare le mie memorie per rievocare eventi del passato.
 

2 febbraio 2015
                           ANCORA SU ARTE E POESIA
  A modificare gli stilemi dell’arte pittorica ha certamente  contribuito l’invenzione della macchina fotografica, come si sostiene da più parti. Ma penso che sia una sopravvalutazione della funzione di questo strumento, poiché, a ben vedere esso vi ha contribuito solo come un elemento delle complesse e rapide innovazioni tecniche a cavallo degli ultimi due secoli.
  D’altronde, nello stesso tempo, non si è modificata solo l’arte. In fondo si è  modificato il modo di vedere, di vivere e di operare dell’uomo in quel tempo,  sempre più incisivamente e significativamente, a causa delle profonde innovazioni tecniche, come esaminato prima da E. Severino e poi approfondito da U. Galimberti in Psiche e tecnè.
  Un cambiamento dell’uomo che sarebbe riduttivo delimitarlo alle sole arti e alla poesia.  O alla sola comunicazione, per cui Mac Luhan poteva affermare che “il mezzo è il messaggio”. Per le sollecitazioni della tecnica, l’uomo cambia nelle sue percezioni, nella sua realtà, nei suoi stili di vita, poiché ha un suo modo di pensare diverso di fronte a nuovi problemi, che gli si pongono sia con le scoperte scientifiche, sia con le ricerche di nuove soluzioni e l’uso di nuove tecniche.
  Il quadro innovativo è ben più vasto e più significativo delle questioni poste in sede estetico/espressiva riguardo alle dimensioni poetiche ed artistiche. Nel tempo dei cambiamenti della tecnica è l’uomo che cambia. Egli ha un sentire diverso, ed ha modi di vivere e di operare diversi, di fronte ad un mondo modificato dalla velocità, dal volo e dal dominio dell’etere, dalla percezione del tempo, dalla visione freudiana della sua psiche, dalla scoperta einsteniana della relatività.
  La realtà non gli si presenta più dominabile e interpretabile con i vecchi strumenti. L’avverte precaria, instabile e sfuggente, per cui vuole afferrarla e rappresentarla nell’attimo della sua percezione: nella sua impressione, nel suo movimento, nella sua velocità, nella sua de contestualizzazione, nelle sue deformazioni.
   Lo stesso accade nella poesia, che intanto va perdendo molti dei suoi generi e varie sue forme, come risalta di più nel primo Novecento col futurismo e poi col frammentismo.
 Ma in fondo è l’uomo che è cambiato in quel tempo. Non solo l’artista e il poeta. Ma è cambiato il committente, sostituito dal mercato, è cambiato il fruitore, ed è cambiato il lettore. E’ cambiata tutta la scena umana, sicché il secolo XX segna una mutazione   profonda dell’uomo, anche se critici e storici si affannano a sottolineare la continuità nel cambiamento: ma quel cambiamento è in effetti una frattura  difficile da suturare.  Come ci hanno detto le due immani guerre mondiali, le ideologie che ingabbiarono l’uomo di quel tempo, e lo strazio dei campi di sterminio.

lunedì 12 gennaio 2015


SEGNALAZIONE: IL NUOVO GRILLO PARLANTE DI MORICONE
   Mi pare opportuno segnalare  la validità di un blog, ora diventato sito, curato in un paesino, Moricone in provincia di Roma, ad opera di Pierluigi Camilli. Si tratta  del sito Il nuovo Grillo Parlante di Moricone, che si può leggere cliccando su pcamilli.net.
   Mi pare opportuno segnalarlo, perché lo ritengo esemplare per la funzione che Pierluigi Camilli gli assegnato nella sua progettualità. Esemplare come modello, nel senso che ogni piccolo centro abitato dovrebbe gestire un sito con funzioni simili, disponga o no anche di una biblioteca comunale. Anzi la biblioteca stessa dovrebbe farsi affiancare da un simile sito, oppure dovrebbe stabilire con esso un rapporto di collaborazione e di supporto, anche se  privato e indipendente.
   Tanto più lo dovrebbe avere un centro abitato privo di biblioteca comunale, poiché così potrebbe gestire quelle funzioni di raccolta, classificazione e catalogazione dei dati e informazioni, che sono assegnate dalla legge istitutiva alle biblioteche comunali, riguardo alla conservazione e alla produzione della cultura popolare del luogo, in ordine ad ogni tematica, da quella storica a quella artistica, poetica, dialettale, letteraria.
  Ciò non con la pretesa di raccogliere e gestire capolavori improbabili, ma per offrire una più o meno consistente disponibilità di dati agli eventuali studiosi che li ricercassero, cioè agli operatori culturali quali storici, sociologi, antropologi, dialettologi, letterati,ecc., che volessero fare ricerche in campo locale.
  E’ quello’ infatti, che sta facendo con continuo impegno Pierluigi Camilli, pensionato  moriconese con due  pallini congeniti: la tecnica elettronica e la poesia.
  Scrive poesie sin dalle scuole medie. Poesie  i cui temi egli svolge spesso e spontaneamente in chiave satirica, comunque sempre improntate a briosità e ariosità compositiva. Lo fa prevalentemente in romanesco (si vedano “Genesi”, “La creazione der monno”, “Er paradiso nostrano” pubblicati con “Ilmiolibro.it) per essere vissuto negli anni giovanili a Roma, che è anche il motivo del suo amore per le letture dei poeti romaneschi. Ma ha anche un profondo attaccamento per il dialetto moriconese, di cui ha scritto a quattro mani il vocabolario “Nui parlemo cucì” e in cui ha composto molte sue poesie (si vedano “ ‘E radiche de l’ommini”e “U viru rattu d’e Sabbine” pure pubblicati con “Ilmiolibro.it”.
   Col pallino della tecnica s’ingegna di elaborare modelli d’impaginazione che permettano una maggiore facilità di navigazione nel sito e la produzione di schemi per una più chiara catalogazione delle poesie raccolte per ciascun autore. Così risulta più chiaro il passaggio da una tematica all’altra (per esempio: dalla “Micologia” a “Parliamone”) e da un  autore all’altro.
   Ma la significatività per cui ritengo opportuno segnalarlo come esempio da seguire è l’utilizzazione che Camilli fa del sito non come mero contenitore di poesie e altri scritti dei suoi compaesani, ma come mezzo per  una loro catalogazione e antoligizzazione a disposizione di qualsiasi eventuale studioso: proprio la funzione che dovrebbe svolgere una biblioteca comunale.
  Sicché, leggendo Il nuovo Grillo Parlante di Moricone, si scopre così con non poca sorpresa come oggi in un piccolo centro agricolo come è quello di Moricone ci siano diverse persone, fra cui alcune donne, che sentono la necessità di comporre poesie, che sentono cioè il bisogno di affinare  e nobilitare i loro sentimenti e le loro emozioni con una sensibilità estetica della parola scritta.
  E ciò non è solo bello ma è soprattutto un segno di speranza per il futuro dell’uomo. Ma ci vuole collaborazione per proseguire l’opera e svilupparla, non escludendo apporti anche dai paesi vicini con la ricerca e la catalogazione degli scritti di altri autori. Una collaborazione che è davvero augurabile.
 
 

 

 
 

 

 

 

 

domenica 16 novembre 2014

ANCORA SU ARTE E POESIA

  Arte e poesia esprimono con modi e mezzi diversi la medesimo cultura, il medesimo spirito del tempo, il carattere della stessa temperie che anima la storia; e questa anche da esse prende forma e consistenza.
  Così è stato per lunghissimo tempo, e ancora così sembra nel nostro mondo in cui scienza e tecnica  hanno espresso e determinato un nuovo modo di agire ed anche un nuovo modo di essere dell’uomo.
  Le nuove tecniche adottate dall’uomo hanno scompigliato e confuso le prospettive e le tendenze della creatività sin dal tempo della macchina fotografica, soprattutto per quanto riguarda l’arte.
  Scienza e tecnica hanno influito profondamente sulla creatività sia con i loro metodi, sia con i loro risultati, perché hanno determinato forti rivolgimenti nella cultura,  con le loro spinte verso la ricerca e la sperimentazione, con le loro macchine impiegate nella produzione, nella navigazione marittima e nel volo dell’uomo, nella mobilità e nella comunicazione.
  Hanno prodotto una rivoluzione nelle prospettive dell’agire dell’uomo e le cui ripercussioni hanno sollevato interrogativi sui modi e sugli strumenti  sia nell’arte che nella poesia, con conseguenti risposte d’avanguardia, specialmente in quella del futurismo.
  Ricerche e sperimentazioni esasperate sembrano animare la dimensione artistico-letteraria, anche come riflesso di interrogativi e proposte sul piano sociopolitico, i cui risvolti incontrollabili hanno originato sommovimenti fino a contribuire incisivamente  al determinarsi  dei terrificanti baratri dell’umanità con le due guerre mondiali.
  Ricerche e sperimentazioni esasperate  e affondate in uno scetticismo, che sfociano quasi in un furore distruttivo, in una negazione del futuro nelle   forme ed espressioni dell’arte: i tagli, le decontestualizzazioni, le installazioni, la merda d’artista. Sembra che vi siano due arti, una per il vecchio mondo e l’altra per il nuovo, che nasce e si sviluppa fra sconvolgimenti, lutti, violenze indicibili.

domenica 9 novembre 2014


                                POESIA ARTE E SPIRITO DEL TEMPO
  La poesia e le arti sono come sorelle che camminano a braccetto guardandosi negli occhi. Sorelle che manifestano reazioni a seconda della loro natura, ma che esprimono sempre lo spirito del loro tempo, di cui si nutrono e di cui rivelano sensibilità estetiche e problemi profondi dell’uomo.
  Sono come sorelle che hanno sempre una bellezza nuova, ognuna per la peculiarità che le è propria; una bellezza nuova ad ogni passo nel loro cammino, passato e futuro. Ma anche una verità sempre nuova che solo esse sanno scoprire e solo esse sanno dire, suscitare e rivelare dentro di noi.
  Bellezza e verità che hanno un’unica origine: la cultura del tempo, di cui esse sono figlie. Ecco perché come sorelle e  figlie dello spirito del tempo si riconoscono nell’attività del pensiero; come in passato con l’influenza della filosofia aristotelica per l’armonia e l’equilibrio delle forme, con l’influenza della filosofia platonica per la ricerca della bellezza ideale; come nel più recente passato con l’influenza delle nuove scienze, specialmente col freudismo e con le varie teorie psicologiche dell’ultimo secolo.
  Si disse  ut pictura poesis, ut pictura philosophia. Infatti la poesia e le arti non sono e non possono essere avulse dalle forme del sapere, della conoscenza e della coscienza critica, ma sono in comunione di spirito con le riflessioni  filosofiche, con i sentimenti della storia, con la sensibilità per le ricerche scientifiche e le realizzazioni tecnologiche.
  Non  possono perciò che nutrirsi dello spirito del tempo, con le radici  nel passato e nella cultura; con l’attenzione al presente per poi esprimerlo ciascuna nei modi e con  i mezzi propri, pur sempre collegati ai modi e alle forme di tutte le altre. E tutte oggi risentono dello spirito del nostro tempo: lo spirito tecnologico che,  impetuoso e travolgente, quasi ne soffoca e ne distorce l’espressione e persino la natura.
  Spirito del nostro tempo identificabile nello spirito d’innovazione innervato nelle nuove tecnologie, che sopravanzano quelle scienze da cui esse stesse derivano e  si sviluppano. Spirito del nostro tempo che tende esso stesso a porsi come spirito tecnologico. Uno spirito che imprime scatti e scarti anche alle arti e alla poesia, con conseguenti disorientamenti e forme confuse nel veloce sopravanzare delle dinamiche innovative.
  Per uscire dai disorientamenti le arti sono ricorse a sperimentazioni esasperate, paradossali e distruttive delle forme, fino ad escogitare le cosiddette decontestualizzazioni, concettualizzazioni, composizioni modulari, accumulazioni e tagli, virtuosismi formali, astrazioni e performance: una corsa alla ricerca dell’originalità e dell’unicità dell’opera, per superare la linea di un’immaginaria morte dell’arte,  per  sfuggire comunque al manufatto tecnologico ripetitivo e moltiplicabile all’infinito.
  Ma anche una corsa disperata dentro l’irrazionalità che il pensiero nelle sue varie forme, prima quella filosofica, non riesce a contenere di fronte al debordare nel vuoto “senza senso” e nella pura provocazione, come nell’orinatoio di Duchamp, come nel taglio della tela di Fontana, come nel “barattolo” di P.Manzoni e nei sacchi bruciati di Burri.
  Questo è  per l’arte, che deborda nella provocazione; e la provocazione stessa diventa oggetto di mercato. Un mercato che la fa sua come merce e la paga come originalità, unicità della creazione, al di là dalla forma, dal gusto e dal buongusto.
  Perciò l’arte, la vecchia arte, prova a resistere alla tecnologia, almeno finché non prenderanno forma d’arte le avveniristiche creazioni tecnologiche secondo i gusti del nuovo spirito del tempo.
  Ma non è così per la poesia, che non ha più mercato, non può essere merce in un processo in cui la parola si conferma non riducibile a forme strane e irrazionali. Non per sua dignità, poiché è stata sempre mercificata nella storia. Ma perché affoga in un mare di parole senza più valore, in quanto  priva di un contenuto cui dare forma: non può essere più poema, né tragedia, né ecloga, né satira, né ditirambo, né ode, né carme.
  Non ha una sua materialità mercificabile. E’ immateriale e volatile nella sua consistenza formale e comunicativa. E’ solo spiritualità irriducibile alla manipolazione speculativa.
  E’ solo destinata a chiudersi in un suo bozzolo con la remota e aleatoria speranza che un giorno possa ancora mettere le ali per volare in un mondo meno dissonante di quello odierno.

 

 

lunedì 15 settembre 2014

                            LA POESIA  POLITICA E CIVILE
                                   LA BALLATA PER CASERIO
     In questi giorni mi è capitato di leggere  la “BALLATA PER CASERIO, composta da Pietro Gori, avvocato e poeta anarchico (Messina 1865 / Portoferraio 1911) in cinque ottave di endecasillabi a rime baciate, di cui riporto la prima e la penultima strofa qui di seguito.
   E’ evidente che qui l’intento del Poeta  non è quello dell’impiego di mezzi stilistici per la creazione di un’opera letteraria fine a se stessa, ma quello di toccare efficacemente l’emotività più  profonda   dell’animo popolare, per  risvegliare la coscienza di una dignità giudicata vilipesa dallo sfruttamento di classe e dalle costrizioni oppressive del potere.
   Si tratta,  quindi, di una composizione a carattere politico  e civile e, sicuramente, anche di carattere popolare.  La morte per ghigliottina di Sante Caserio è insomma l’occasione per diffondere e rinsaldare le speranze rivoluzionarie  degli anarchici, mediante la celebrazione dell’atto vindice  con cui  il ventenne Caserio uccide Carnot e si sacrifica, a sua volta,  affrontando la ghigliottina, per gli ideali libertari e di giustizia sociale dell’anarchismo.
                  I
Lavoratori a voi diretto è il canto
di questa mia canzon che sa di pianto
e che ricorda un baldo giovin forte
che per amor di voi sfidò la morte.
A te Caserio ardea nella pupilla
delle vendette umane la scintilla
ed alla plebe che lavora e geme
donasti ogni tuo affetto ogni tua speme……….
                        IV
Ma il dì s'appressa o bel ghigliottinato
che il tuo nome verrà purificato
quando sacre saran le vite umane
e diritto d'ognun la scienza e il pane.
Dormi, Caserio, entro la fredda terra
donde ruggire udrai la final guerra
la gran battaglia contro gli oppressori
la pugna tra sfruttati e sfruttatori…………….

    Oggi questi canti e ogni altra poesia politica e civile sono affievoliti, obnubilati e quasi scomparsi nella coscienza popolare. Come sono affievoliti o scomparsi gli ideali che li avevano ispirati.
   Il materialismo esasperato del sistema liberalborghese non ammette sviamenti o distrazioni dai suoi scopi essenziali: il denaro e la supremazia dell’individuo all’interno di una competizione che potremmo dire darwinistica.
   Non c’è posto per uno spirito di comunità, anzi cè la comunità stessa che si disgrega nella competizione selvaggia e parossistica. In questa temperie non  può nascere più una poesia politica e civile, la cui natura presuppone l’espressione dell’anima di una comunità, nella vita di un esaltante o comunque significativo momento storico.
   Oggi non può esservi più una poesia così intesa, se non come esercizio retorico individuale. Senza uno spirito di comunità l’azzardo della creazione di una composizione di poesia politico-civile da parte di un poeta può rimanere solo come voce nel deserto, solo come esercizio retorico: il poeta può lanciare il suo messaggio, ma non c’è una comunità che l’ascolta e lo fa proprio, poiché ci sono solo individui tesi alla competizione per un interesse materialistico, per il guadagno.
  Si vive in condizioni competitive permanenti, in cui ognuno prova  a contendere con l’altro, in cui chi si arricchisce emargina l’altro e tende a ridurlo a “scarto sociale”: lo ha detto anche papa Francesco, che recentemente ha esplicitamente condannato la “cultura dello scarto”. Una cultura dello scarto non può che disgregare  la comunità e liquefarne lo spirito; può anche  indurre  la società a produrre una miriadi di poeti, che però possono essere solo lettori di se stessi, e ridotti ad essere “voce nel deserto”.
  Si sta producendo una società in cui tutti sembrano monadi racchiuse nel bozzolo del proprio mondo senza finestre. Tutti aggrappati semmai a quella rete dell’etere, che con le sue tecnologie di un mondo  immateriale parrebbe incentivare una fitta  socializzazione, ma che è solo un mondo virtuale in  cui tutti, individualmente e isolatamente, si tengono uno per uno non come persone o cittadini, ma solo come figure irreali in un gioco di luci e di ombre
 Di certo questo non può essere un mondo per la poesia, tanto meno per la poesia politica e civile. 


sabato 21 giugno 2014

                                      POESIA  LIRICA
  La poesia lirica è il genere inteso ad esprimere sentimenti ed emozioni del poeta, la cui arte è tanto più alta ed efficace quanto più le sue forme di scrittura  hanno il potere di riecheggiare i contenuti nell’animo del lettore,  suscitandone sensazioni ed emozioni, scuotendone la  profonda e complessa interiorità, arricchendone l’esperienza intellettuale.
  Essa percorre tutta la storia della letteratura occidentale sin dai tempi di Archiloco e Saffo, rinnovandosi nelle forme e nei contenuti in corrispondenza al modificarsi delle tendenze e del gusto.
  Ciò che mi appare meraviglioso è il fatto che,  come altri nei secoli trascorsi, oggi noi ci emozioniamo profondamente alla lettura delle liriche più antiche, vecchie anche di millenni, quasi fossero sgorgate dallo spirito e dai sentimenti di poeti del nostro tempo. E in ciò  sta  la validità dell’universalità di quelle composizioni poetiche, che pure sono espressioni di tendenze diverse, di tempi e stili diversi, come quelle dei “Poetae novi” con Catullo, come quelle dei poeti del “Dolce stil novo” con Dante.
  Nelle condizioni in cui oggi viviamo, pare che quello della poesia lirica sia l’unico genere rimasto ai poeti ed ai loro lettori. Pare che non vi siano  più né spazi né margini per altri generi, quali il didascalico, l’epico, il popolare e tantomeno l’encomiastico. In questo nostro tempo così antipoetico, sembra che al poeta non sia rimasta altra possibilità che ripiegarsi sul proprio io per estrarsi l’anima e mostrarla a se stesso e ai lettori nella lacerante condizione esistenziale, nella sua solitudine e nell’affannosa ricerca di un suo rapporto solipsistico con l’universo e  l’infinito.
  Nell’affermazione di un lirismo essenziale e depurato dalle scorie di ogni altro genere poetico, il poeta odierno ha svuotato e annientato anche la forma; ha ridotto la forma alla parola, al suono della parola vuota come una conchiglia, al senso della parola purificata come in un lavacro e conseguentemente cristallizzata in una luce senza più senso, perduta nell’eccesso della metafora, inseguendo immagini così ardite da diventare quasi inconsistenti, evanescenti e inafferrabili.
  Nella lirica egli ha sperimentato nuove forme senza più forma: non più il carme, né l’ode, né la canzone e addirittura non più il sonetto, che per secoli pure è stato la forma perfetta della poesia lirica, hanno fornito una trama per la sua espressività; neanche più il verso: né l’endecasillabo, né il settenario, né il novenario, e tantomeno la rima che è stata bandita quasi del tutto, hanno più soddisfatto l’esigenza di un ordito preciso e appropriato su cui tessere l’espressione poetica come la musica sul rigo musicale.
  Il poeta si è voluto sentire sciolto e disciolto dal suono obbligato della rima, libero nel verso ritmico e ancor più nel verso libero; libero nel capriccio di stacchi di scrittura che non sono più strofe,  nel mescolare versi irregolari e regolari, qua e là con assonanze e consonanze, in un discorso poetico che potrebbe spesso assomigliare a un trenino a vapore che sbuffa e singhiozza in deragliamento su binari spezzati.
  Per contro il poeta si è buttato voracemente sulla metafora, facendone il vessillo di una nuova poesia. Una metafora fuori dall’usuale misura, esagerata, certamente lontana da quella dei marinisti, ma anche ad essa vicina  in qualche modo, proprio per l’esagerazione, l’esasperazione, l’azzardo oltre il limite delle forme. Si è buttato ad inseguire la propria interiorità con immagini stralunate che si rincorrono in un dire il cui senso tende a svanire nelle nebbie di parole tessute come al gioco dei dadi o dell’oca, ed in cui pare che la mente si prenda gioco di se stessa.
  Con quale funzione? La poesia lirica dei grandi, di Archiloco, di Saffo, di Catullo, di Dante, di Leopardi, esprime le emozioni e i sentimenti provati e vissuti nell’esperienza individuale, nel loro cuore, scrutandone i più significativi recessi, evocando la profondità del loro animo: ingentilivano però lo spirito ferino dei lettori e lo rendevano più nobile e più umano, elevandolo a ben più alte  visioni del mondo e a ben più alti ideali di vita. Una funzione, la loro, che non si è perduta neanche per un istante nei millenni, perché ancora oggi i loro versi riecheggiano nella nostra coscienza in tutta la loro totalità espressiva di senso, di suono, di emozione dell’animo.
  Al contrario, la poesia odierna si concentra sull’estetica della parola e con essa cerca di evocare la sensibilità estetica del lettore. Ma non va oltre  e si fa arida, sicché, isolata e solipsistica, è vox clamantis in deserto: l’uomo contemporaneo non si fa suo lettore, perché con essa non riesce a stabilire un vero e profondo rapporto; ognuno di essi, il poeta e il lettore, sta per suo conto, ed ambedue restano due monadi senza finestre comunicative. Il poeta scrive ma il lettore non legge; al più s’incuriosisce, poi depone il libro, lo dimentica e non lo riapre più. Da ciò nasce la mancanza di ogni interesse degli editori contemporanei per le opere di poesia.
  Forse all’origine di questo distacco, di questa separazione comunicativa, tra poeta e lettore,  c’è il sentimento del nostro tempo sempre più tecnologico. Però che cosa fa il poeta per interpretare lo spirito del tempo e superare l’isolamento in cui la sua voce inaridisce in un’eco che si rinchiude nel guscio di un estetismo narcisistico?

  Quale funzione egli svolge nel nostro momento storico così drammatico, perché l’uomo riprenda a comunicare sentimenti ed emozioni e non si chiuda nel silenzio del deserto di una  folla moltiplicata nelle concentrazioni delle megalopoli? Quale può essere il suo compito in mezzo alla folla iperattiva e resa folle da una competitività sempre più sorda e cieca, quando  l’uomo comunica sempre più solo nella freddezza di un mondo virtuale e la nostra realtà concreta  svapora senza più consistenza nelle interconnessioni della rete? Quale funzione ancora potrà svolgere la poesia lirica o semplicemente la poesia nel tempo della comunicazione del linguaggio informatico? Anzi sarebbe ancora possibile una poesia, se si perdessero  le sue forme e i suoi contenuti espressi nel passato, anche per effetto delle scritture nella rete?

martedì 20 maggio 2014


                    ANCORA SULLA POESIA POPOLARE
   Nell’attenzione alla poesia popolare, mi pare opportuno porre in rilievo l’importanza del suo ruolo nella società in cui essa si esprimeva in passato e da cui essa traeva la sua vitalità: una società prevalentemente agricola e pastorale, ma anche identificabile  negli strati più bassi e marginali delle popolazioni urbane.
   Una società che tra l’Ottocento e il Novecento si caratterizzava per le ristrettezze economiche e soprattutto per la povertà culturale, che, specialmente nell’Ottocento, era segnata dall’analfabetismo strumentale, cioè dall’ignoranza della scrittura, della lettura e del calcolo aritmetico.
   Una società che si circoscriveva all’ambiente di vita degli abitanti, al loro luogo di nascita, che era anche quello di lavoro, di vita e di morte di ciascuno; le cui conoscenze, quindi, erano limitate alle esperienze dirette, di vita vissuta, o tramandate oralmente da una generazione all’altra; e la cui circolazione d’idee e d’informazioni  ben di rado superava l’orizzonte del luogo d’esperienza. Anche una società, quindi, che si nutriva di leggende, di miti, di credenze, di superstizioni e di tradizioni secolari.
   Accanto alle prediche, ai tridui, alle novene, alle processioni delle confraternite, che animavano la vita comunitaria, la poesia  svolgeva davvero un ruolo di grande significato, sia come spettacolo e gioco nelle osterie,  nei giorni di  festa, sia come trasmissione d’informazioni e conoscenze, che venivano memorizzate facilmente con l’aiuto di ritmi, di rime e strofe, sia come mezzo di dirozzamento dei costumi per un’educazione della mente e dell’animo dei contadini e dei  pastori non di rado analfabeti.
    In questo quadro, la poesia  rispondeva, quindi, alla fame di conoscenze e di semplici  informazioni, con cui  il popolo poteva crescere anche nella sfera emotiva, affettiva e morale.
   Specialmente nell’Ottocento, l’informazione era facilitata da piccole e grosse tipografie, che stampavano libriccini e foglietti volanti con su poemetti e narrazioni in versi per cantastorie, che li diffondevano specialmente nelle feste, nei mercati e nelle fiere.
  Generalmente erano composizioni create da poeti popolari ed anche da autori avveduti; da poeti semianalfabeti o addirittura analfabeti che, per istinto, per doti assolutamente naturali non di rado raggiungevano sprazzi di effettiva arte poetica.
   Per questi ultimi mi riferisco, per esemplificare, all’analfabeta e pecoraia dell’Alto Pistoiese Beatrice Bugelli e al romano macellaio e ceraiolo  Pietro Capanna, più noto come Sor Capanna, che divenne quasi cieco per una vampata della caldaia in cui si scioglieva la cera, per cui, non potendo più lavorare, si fece cantastorie.
  Della Beatrice Bugelli ne ho già parlato, riportandone due ottave improvvisate nel suo canto a braccio o in un contrasto poetico. Le avevo trascritte come esempio della sua sensibilità lirica e della sua abilità compositiva. Qui invece voglio sottolinearne la capacità nell’uso dell’artificio retorico, con cui si porta alle soglie della poesia d’arte superando i limiti di quella popolare.  
   Nella prima di quelle due ottave, l’uso sapientemente retorico delle immagini ripetute e variate con cui compara il suo dolore interiore  a quello dello schiavo che porta la catena al braccio, poi al collo e poi ancora al piede, per concludere, intendendo quella catena: “E io la porto al cor che niun la vede”.
    La seconda ottava, ha immagini sapientemente allusive e così retoricamente ben  poste  con l’uso di antonimie (“Chi m’ha ferito m’abbia a medicare”) che sembra di leggere una poesia di uno dei migliori marinisti, senza però gli eccessi del marinismo.
  Diversa è invece l’inventiva di Pietro Capanna, poiché espressa nell’originalità della  struttura compositiva,  di cui egli si avvale per esprimere lo spirito del Rugantino romanesco, la satira e lo sberleffo popolaresco dei rioni più tipicamente tradizionali. Struttura che ha dato luogo a una nuova maniera poetica, cioè alla cosiddetta maniera “der sor Capanna”, praticata da altri autori di poesia popolare, fra cui anche Petrolini.  
    Sono composizioni che vengono in genere definite come stornelli, poiché sono create a braccio e cantate con l’accompagnamento della chitarra, ma che differiscono dagli stornelli sia nel canto che nella struttura, composta come segue:
una quartina in endecasillabi a rima alternata, seguita da due ottonari a rima baciata, cui seguono, legati tra loro in rima baciata, un quinario e poi ancora un endecasillabo in chiusura. Nel canto, questi due ultimi versi vengono ripetuti.  Esemplifico qui di seguito riportando una composizione che pare sia opera di Petrolini:

Appena cominciò l'inno reale
La gente ner teatro s'arzò in piede;
Sortanto Giovannino lo spezziale
Essendo un sovversivo restò a sede.
Tutti dissero "A la porta!",
Lui rispose "Che me'mporta?
Me fa piacere:
Mantengo li principi in der sedere.


Viene ora da domandarsi se è ancora possibile una poesia popolare nel nostro tempo; più precisamente se ancora oggi è possibile una funzione della poesia popolare.
  Intanto dobbiamo constatare che ciechi e disgraziati non si trovano più nelle condizioni economiche pietose di un tempo. Comunque né loro né chiunque altro, in tempi di internet, potrebbero più avere  un loro specifico ruolo di mediatori nella diffusione e nella circolazione della produzione poetica popolare. Né vi sono più bovari e pecorai e contadini e popolani interessati a leggere e cantare e ascoltare storie di fatti tragici e mirabolanti come nel passato.
   Oltre ai mezzi di produzione, con le nuove tecnologie sono cambiati i mezzi di diffusione e circolazione delle informazioni e delle idee; ed i nuovi mezzi e le nuove tecnologie hanno cambiato la società, che si è articolata e strutturata ben diversamente dal passato con l’urbanizzazione, la globalizzazione e la pervasività della strumentazione elettronica, specialmente nell’informazione.  
   A che cosa può servire più oggi la poesia popolare? Con i mezzi sono cambiati, oltre alle modalità espressive, anche  gli interessi e i contenuti,  per cui la classe popolare oggi crea i suoi miti, i suoi eroi e i suoi cantori in altri campi, specialmente nello sport e nella televisione, in cui trova facilitata la soddisfazione dei suoi sogni e delle sue fantasie. Occorre solo prenderne atto.