venerdì 27 settembre 2013

                            LA  POESIA
                                 II

       Compose Dante contro il papa, il clero,
      Felloni del suo tempo e fiorentini
      Molti versi per impeto divini,
      Intensi per altissimo pensiero.

      Anche il Petrarca assunse stile fiero
      Per Cola, Roma e gli itali confini.
      Furono Alfieri, Giosuè e Parini
      Maestri di virtù col verso altero.

      Ma poi la poesia del Novecento
      S’è rinchiusa all’interno del poeta
      Per sentire dell’io il rio tormento;

      Così s’è volta al lirico frammento,
      Ermetica, del verso fatta esteta,
      Ha l’ira convertito in un lamento.

 

domenica 15 settembre 2013


               LA  POESIA

                    I
     La poesia ha perso il suo fogliame
      D’alloro messa fuor dal giornalismo,
      Dal video, dai prodotti di costume
      E dal pettegolezzo e la reclame.

      In tanto consumistico ciarpame
      Che si rapprende in melma di pattume,
      Essa langue in retorico tritume
      Nascosta dentro sterile velame.

      Quasi fatta è giocattolo d’ingegno,
      Tra anafore, metafore, figure
      Varie di formalistico congegno

      E giochi marinistici e iatture
      Di prosastico dire: in tanto impegn
      Disperde il senso  delle sue scritture.

 

 

martedì 3 settembre 2013


 

                                       TREBBO POETICO
  A lato di una via raccolta e silenziosa del centro di Ravenna, si apre un piccolo spazio rettangolare, con in fondo un lato coperto da un portico di quattro colonnine , contrassegnato dalla scritta posta ad angolo: “Piazzetta del trebbo poetico”. Sotto questa scritta è riportata la seguente frase di Ungaretti del 1956: “Invenzione geniale della poesia italiana”.
   L’invenzione geniale era stata del veneto Comelli e del ravennate Walter Della Monica proprio nel 1956, nella vicina Cervia. L’invenzione consisteva in un incontro (trebbo) con ascoltatori, con il popolo, in cui appunto l’attore Comelli, sostenuto dallo scrittore Walter Della Monica, recitava le poesie dei maggiori poeti contemporanei, da Ungaretti a Quasimodo, da Montale a Saba.
   L’iniziativa ebbe successo, si affermò a Ravenna e si estese dalla Romagna a tutta l’Italia. Poi decadde. Finì nel 1960.
   I poeti storici, quelli della letteratura dei secoli passati, avevano dedicato e letto le loro poesie a principi e baroni loro protettori. La poesia era funzionale al sostegno e alla celebrazione del loro potere. Al principio del ‘900 era cambiata la struttura sociopolitica, e Trilussa, Pascarella e Di Giacomo recitavano le loro poesie nei teatri. Era il popolo a dare lustro e denaro ai poeti; e la poesia svolgeva una funzione drammaturgica alla pari delle forme teatrali vere e proprie. Poi tutto finì lì.
   Il trebbo poetico fu un tentativo di riportare la poesia al popolo e il popolo alla poesia. Non resse però al successo. Ormai il popolo aveva altro. Aveva i grandi comizi, le tribune politiche, la televisione e le altre diavolerie elettroniche. Quale funzione avrebbe ormai potuto svolgere la poesia?
   Nei tentativi di rivivificarla, i poeti hanno cercato di reinventarla, ma invece l’hanno  soffocata negli sperimentalismi. Nei loro tentativi hanno voluto anche sopprimere la strofe, la metrica e la rima, per affidarsi a una retorica esagerata ed esasperata della metafora. Così la poesia si è consunta, è diventata altra cosa da sé. Ha perso la sua natura perché ha perso la sua funzione. O forse ha perso la sua funzione perché ha perso la sua natura. Ci vuole altro per rifondarla, forse per recuperarla. Se possibile.

giovedì 8 agosto 2013

                                                              HAIKU
   Molti alberi ed arbusti ci sono pervenuti, nel tempo, dalle zone più lontane della terra e li abbiamo coltivati raccogliendone frutti meravigliosi.  Nell’epoca della globalizzazione, da ogni parte del mondo ci pervengono  profluvi di innovazioni tecnologiche, ma anche non pochi tentativi di sperimentazioni ambigue di modalità diverse, che tentano d’innestarsi nella carne più viva della nostra sensibilità  e della tradizione più profonda  della nostra cultura occidentale.
    Nella voglia matta e tumultuosa di accogliere  importazioni e novità esotiche, è accettabile anche l’innesto del giapponese haiku nel corpo vivo della nostra poesia? Coinvolgerebbe solo la forma? Ma la forma non è anche sostanza? Come è possibile, dunque, un’adozione assimilatrice di un qualcosa di così culturalmente diverso e lontano da noi?  Sarebbe possibile, solo per amor di novità o di puro sperimentalismo, assimilare ciò che non appartiene alla sensibilità espressiva più profonda del nostro mondo?
    Se ne fa il tentativo forse perché l’aiku è una forma essenziale nella sua estrema brevità, e perché non richiede ampiezza di sviluppo e impegno complesso.  Ma anche sotto questo punto di vista, noi non ne sentiamo  il bisogno, poiché abbiamo già avuto l’esperienza del frammentismo letterario, totalmente nostro, sin nelle radici più profonde.     
   Abbiamo già avuto il “M’illumino d’immenso”  di Ungaretti: che cosa ci potrebbe essere di più breve, di più apparentemente semplice, ma anche di più sintetico, di più essenziale? E l’abbiamo superato! O, forse, proprio quella brevità eccessiva e quella concisione estrema sono state il segno della progressiva perdita della funzionalità della poesia, anzi il segno dell’esaurimento della poesia stessa  nella coscienza del pragmatismo  borghese globalizzato?
   Forse la borghesia, nei suoi molteplici interessi pragmatici, non può riservare la sua attenzione ad attività che non rendono denaro, ad attività che non sempre sono facilmente manipolabili ed utilizzabili con immediatezza per i suoi fini, per cui la poesia ha perso ogni sua funzionalità, tranne quella dell’espressività solipsistica. E di solipsismo e di espedienti retorici  la poesia sta morendo. Ed allora, vista in questa prospettiva,  non c’è haiku che possa risollevarne le sorti; ci vuole ben altro che un haiku!
Per curiosità, propongo in merito questo mio haiku, pur non proprio perfetto:
                                            Ora l’aiku
                                            Si azzarda in Italia:
                                            Stramba idea!


domenica 28 luglio 2013

                                IL ROMANESCO  POCO  ROMANESCO DI TRILUSSA
   Potrebbe apparire sorprendente non che Trilussa non si sia laureato, ma che non abbia neanche compiuto un corso regolare di studi. 
   D’altronde  abbiamo esempi luminosi al riguardo: il Belli dovette interrompere i suoi  studi a livello di computista, Croce non trovò mai il tempo per una laurea, Mario Rigoni Stern – autore di Il sergente nella neve - si fermò al “terzo avviamento”, Guglielmo Marconi e T. A. Edison non seguirono corsi regolari di studi, ecc. ecc.
   Eppure, non solo  Carlo Alberto Salustri cominciò a pubblicare, sul Rugantino di Giggi Zanazzo, proprio con lo pseudonimo di Trilussa,  le poesie e con quello di Marco Pepe  gli articoli di prosa; ma lo fece giovanissimo e anche con una felicissima intuizione: utilizzare non un romanesco autentico come quello trasteverino o testaccino, ma un romanesco “annacquato” dalla lingua italiana. Non si richiamò, quindi, al romanesco plebeo del Belli né a quello popolano del Pascarella, ma si rifece direttamente al romanesco della borghesia che allora s’ingrossava e s’ingrassava a Roma con la classe impiegatizia dei ministeri e con la speculazione dell’industria edilizia che innalzava sempre nuovi ed austeri palazzi. Era un dialetto annacquato che molti parlavano a Roma, ma che tutti potevano capire facilmente  ormai in ogni parte dell’Italia unita.
   Un’intuizione, che però gli procurò risentimenti, critiche e giudizi pesanti da parte dei cultori tradizionalisti del dialetto romanesco, specialmente da parte del poeta e medico Filippo Chiappini. Dei quali però egli non tenne conto affatto. Ma pur sempre intuizione felicissima, sia per il successo che andava conseguendo  sul Rugantino, sia per il successo che conseguiva con l’edizione delle sue opere e ancor più per quello delle recite delle sue poesie, che andava effettuando nei teatri di molte città in vere e proprie tournée, anche insieme con Pascarella e con Di Giacomo.
   Quella sua intuizione felice oggi risolutamente ci pone il problema dell’uso letterario del dialetto, nel tempo in cui la mobilità sociale e la globalizzazione tecnologica dell’informazione impongono cambiamenti e rimescolamenti incisivi, se non l’attenuazione o addirittura la scomparsa delle strutture vernacolari: oggi la scrittura  della poesia  autenticamente dialettale risponde ancora a bisogni reali, oppure è ormai soltanto un puro e vacuo esercizio letterario?
    Se i poeti oggi avessero  il coraggio di distaccarsi dal frequente compiacimento della ricerca di forme dialettali ad effetto, di parole e modi autentici ma ormai superati dall’uso, per attingere a forme di linguaggio più aggiornate e più vicine all’italiano parlato, come aveva fatto appunto Trilussa, forse la poesia dialettale potrebbe essere non solo più viva, ma potrebbe anche offrire qualche contributo prezioso per l’arricchimento della nostra lingua sempre più appesantita da neologismi insulsi e dall’infarcimento di sempre più numerose parole straniere.


giovedì 11 luglio 2013

                                  LA  RIMA  IN  TRILUSSA
   Ancora una volta, ad una rilettura recente, mi è sembrato naturale riflettere  sugli  aspetti più significativi della poesia di Trilussa: quelli che vanno dalle sue deviazioni dall’ortodossia del dialetto romanesco autentico e trasteverino, come rimproveratogli dal Chiappini, al valore formale della rima  nella sua poesia.
   Qui mi voglio soffermare assai succintamente  proprio su quest’ultimo aspetto. Mi pare giusto affermare in proposito che la rima nella poetica di Trilussa non è un elemento accessorio  della forma, ma è coessenziale alla strutturazione del verso, della strofe,  della composizione nel suo afflato creativo. E neanche è un elemento sovrabbondante del verso, un qualcosa di aggiuntivo e di ornamentale,  quando è invece una nota musicalmente funzionale all’efficacia dell’unità e integrità  del discorso poetico.
   Questa funzionalità spontanea mi pare che si possa esemplificare con il suo ricorso alla rima nell’interno di molti endecasillabi, costruiti ciascuno con la somma di due versi, in modo che alle rime poste alla fine dei versi si aggiungono qua e là anche le rime nel corpo stesso del  singolo endecasillabo. Cito qui di seguito a caso:
“Forse farò ribrezzo,
  Ma so’ tutto d’un pezzo/ e ce rimango!” (endecasillabo = settenario rimato +  quaternario).
“Ma er Sorcetto, che s’era già anniscosto
  Non ve dico a che posto/ j’arispose” (endecasillabo = settenario rimato + quaternario).
 “Me sdraio su la riva e guardo l’acqua
  Che me risciacqua/ tutti li pensieri” (endecasillabo = quinario rimato + senario)
   Si potrebbe pensare che Trilussa, con queste rime nel mezzo dell’endecasillabo, abbia voluto usare un espediente retorico per l’ornamento musicale, come  rinforzo della sonorità della rima. Ma allora questa avrebbe solo il senso di un fronzolo. Non mi pare che sia così, perché  essa vi scaturisce con la naturalezza del discorso ed è espressione di pura creatività poetica.
    Infatti la rima non è che un elemento musicale connaturato col verso accentuativo. E questo lo è stato e lo è ancora per tutta la nostra poesia; sin dai tempi di Giustino Fortunato, con cui si abbandona il ritmo del verso quantitativo. E’ nella nostra contemporaneità che si cerca di eliminarla in quanto ritenuta ostacolo alla pura spontaneità dell’espressione poetica, in nome di un lirismo parossistico, che è solo un malinteso della natura della poesia.


venerdì 7 giugno 2013


            RIFARE L’UOMO
                 RECUPERARE LA FORMA     
    Nel secolo scorso, il liberalismo radicale aveva disgregato l’uomo con una competitività individualistica cheera sfociata nella grande crisi finanziaria del ’29, il fascismo l’ aveva ridotto  a una marionetta col “credere obbedire combattere”, il nazismo l’aveva trasformato in un mostro col mito della purezza della razza e i campi di sterminio, la bomba atomica l’aveva sconvolto e disciolto nel terrore della fine della vita su tutto il pianeta,
   L’arte aveva rappresentato la tragicità dell’uomo di quel periodo storico con la dissoluzione della figura  nel magma dell’astrattismo informale. La poesia aveva vissuto quella stessa tragicità  con lo sperimentalismo e la dissoluzione del verso e della strofe.
   Dopo la guerra c’erano le macerie dell’anima. Occorreva ricostruire il mondo. Occorreva rimettere insieme i pezzi dell’anima. Occorreva rimettere insieme i pezzi del mondo dell’uomo e dell’uomo stesso.
   S. Quasimodo, all’atto del ricevimento del Nobel a Stoccolma (1959) pronunciò queste parole esemplari:   «Rifare l’uomo: questo il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle “speculazioni” è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno».
   Non si è esagerati se si afferma che ancora oggi molti “credono alla poesia come a un gioco letterario”. Ne è prova il  compiacimento per l’esasperato uso delle metafore, che non di rado rende persino inestricabile ed illogica l’espressione poetica.
    Si continua a salire sulla “torre per speculare il cosmo” con un ripiegamento esclusivistico e intimistico su se stessi,  in un solipsismo che preclude una visione concretamente umana del nostro mondo.
     Perché l’uomo  non può essere visto solo nella dimensione della competitività, come pretenderebbe la predominante ideologia liberalradicale.  L’uomo ha anche una sua naturale ed essenziale componente sociale; l’uomo non è solo individuo, ma è anche comunità. E la sua attività non è solo competitiva ma anche collaborativa e cooperativa dentro i molteplici rapporti della società umana. La sua visione non può essere solo quella economicistica, materialisticamente e pragmatisticamente stupida.
    Se l’artista e il poeta non ritrovano la naturale dimensione sociale dell’espressione poetica ed artistica,  non potranno recuperare né l’unità dell’uomo né l’armonia della forma. Il poeta non potrà svolgere l’impegno di rifare l’uomo, come aveva richiesto Quasimodo.
    Il problema della visione e dell’espressione dell’uomo nella sua interezza, o nella sua integralità, certamente non può essere un problema solo della poesia, del poeta, dell’arte e dell’artista; perché è un problema più generale. E’ un problema della cultura. Della società e della cultura che  hanno l’impegno di ritrovare l’uomo, la forma, l’anima dell’uomo. L’impegno di saper salvare il mondo dell’uomo dalla sua disintegrazione economicistica, dalla sua distruzione.
    Compito della poesia è ritrovare la forma. E l’anima. Al di là dal suo inaridimento materialistico, dal suo vuoto mascherato dietro gli orpelli delle figure retoriche e dell’esasperata ricerca del nuovo col suo inconcludente sperimentalismo. 
 Il solipsismo sarà sempre separatezza,  frammentazione e scomposizione. Nel poeta e tanto più nel lettore. E’ anche il lettore che condiziona nella ricerca del successo il poeta e l’artista. L’impegno del poeta, non meno che dell’artista, implicito nell’imperativo di Quasimodo, sta anche nello scuotere la poltrona dorata in cui il lettore sta quietamente adagiato.