lunedì 17 dicembre 2012
Pubblico qui di seguito i primi due sonetti della corona
I Valori tratti dalla mia raccolta VERSI SATIRICI
editi da Booksprint
I VALORI
I
Parlano de valori e io me stufo
Poiché dietro a ogni lemma de valore
C’è il trucco de potere, c’è il vigore
De’ privilegi stronzi, e io ce gufo.
Coi valori ce fanno il gioco a ufo,
Chi più sporca la fa se fa priore.
Ce schiattano de sangue e de sudore;
Ma poi con me ce sbattono sul tufo.
Invece no, me danno poi la sola,
Ché da che mondo è mondo al popolino
Ce raccontano questa e quella fola;
Così come se fa con un bambino
Ce sospingono, quasi pe’ destino,
A credece nell’asino che vola.
II
Parlano de giustizia e tu ce credi,
Parlano dell’onore e tu ce giuri,
Ma se ce guardi dentro e poi misuri,
Dimme un po’ che cosa tu ce vedi!
Nella parola non ce resta in piedi
Un fatto, un cristo, ma vapori scuri
D’astrattezze e rumori de tamburi,
Nodi de ‘mbrogli e simboli de fedi.
Ce resti fesso e poi te contraddici,
Sotto sotto ce credi e poi tentenni
Pur se l’idea cià messo le radici.
Lo so bene; le tengo sul groppone,
Ce credetti e la fede ce mantenni,
Ce credo ancora e so che so’ minchione.
lunedì 19 novembre 2012
Trascrivo qui di seguito i primi quattro sonetti
del mio VERSI SATIRICI pubblicato da Booksprint Edizioni
LINGUAGGI
I
Ce sfringuelli a sapé’ come ce scrivo
Con questo mio linguaggio un po’ balzano,
Che non pare nemmanco paesano,
Pare non serio ma manco corrivo?
Ce sfrigoli a sape’ come ci arrivo
A questo eloquio che te sòna strano,
A sto dire che io dico borghesano
O civilese e che d’un luogo è privo?
Me richiamo a un parla’ ch’è parla’ chiaro,
Oltre il dialetto ch’è già bello e morto
Fòre de qualche loco carbonaro,
Oltre la lingua, perché non sopporto
Il parla’ con forchetta e con cucchiaro
Pe’ sceglie’ il medio, il lungo ed il più corto.
II
Ma lascia sta’ Antonello il senatore
Che dice che ce scrive in romanesco!
Il suo modo me sa d’ottocentesco,
D’artefatto, me sa de strappacore.
Mo siamo all’esperanto, al parlatore
Del più chiaro parla’ novecentesco,
Al mondo incivilito e giornalesco,
Globalizzato e telespettatore.
E il saputo che vo’ tenere in vita
Con l’artificio un qualche dialetto
A me me pare un medico somaro:
Ce scrive una ricetta già fallita,
Quando quello è già disteso a letto
E cià la faccia dell’estinto caro.
III
Te ricordi quando c’erano i fascisti,
Guardiani dell’italica favella,
Che a parla’ ce facevano i puristi
E se rischiava pure una querela?
Mo se ce parli o leggi, gli snobisti
Te rifilano termini in sequela
De lingua inglese; a noi, poveri cristi,
Qua non ce resta che la lamentela:
Ma possiamo capì’ sta tiritera
De termini stranieri nel discorso
Infilzati per boria e sicumera?
Non ce l’hanno il bòngusto né il rimorso,
Ma ciànno il ghigno d’una mente altera
Che pe’ fasse capi’ vole il rimborso.
IV
S’ apprezzi pure il dialetto antico,
Ma non se parla più con quel linguaggio;
Mo l’asino non raglia solo a maggio,
Vola in aereo pure il beccafico.
Quello te spicch inglisc e ce fa il fico,
Questo d’ intramezzacce ci ha il coraggio
Un pezzo de francese: è un assemblaggio
De tecniche e de lingue che ‘n te dico!
Io dico bene e quello dice occhei,
Io vado fòri e quello fa il vichendi,
Mastica gomme, e io l’ammazzerei!
Ed a scuola a sti poveri istruendi
S’insegna lingua inglese; approverei
Se sapessero l’italo dicendi.
del mio VERSI SATIRICI pubblicato da Booksprint Edizioni
LINGUAGGI
I
Ce sfringuelli a sapé’ come ce scrivo
Con questo mio linguaggio un po’ balzano,
Che non pare nemmanco paesano,
Pare non serio ma manco corrivo?
Ce sfrigoli a sape’ come ci arrivo
A questo eloquio che te sòna strano,
A sto dire che io dico borghesano
O civilese e che d’un luogo è privo?
Me richiamo a un parla’ ch’è parla’ chiaro,
Oltre il dialetto ch’è già bello e morto
Fòre de qualche loco carbonaro,
Oltre la lingua, perché non sopporto
Il parla’ con forchetta e con cucchiaro
Pe’ sceglie’ il medio, il lungo ed il più corto.
II
Ma lascia sta’ Antonello il senatore
Che dice che ce scrive in romanesco!
Il suo modo me sa d’ottocentesco,
D’artefatto, me sa de strappacore.
Mo siamo all’esperanto, al parlatore
Del più chiaro parla’ novecentesco,
Al mondo incivilito e giornalesco,
Globalizzato e telespettatore.
E il saputo che vo’ tenere in vita
Con l’artificio un qualche dialetto
A me me pare un medico somaro:
Ce scrive una ricetta già fallita,
Quando quello è già disteso a letto
E cià la faccia dell’estinto caro.
III
Te ricordi quando c’erano i fascisti,
Guardiani dell’italica favella,
Che a parla’ ce facevano i puristi
E se rischiava pure una querela?
Mo se ce parli o leggi, gli snobisti
Te rifilano termini in sequela
De lingua inglese; a noi, poveri cristi,
Qua non ce resta che la lamentela:
Ma possiamo capì’ sta tiritera
De termini stranieri nel discorso
Infilzati per boria e sicumera?
Non ce l’hanno il bòngusto né il rimorso,
Ma ciànno il ghigno d’una mente altera
Che pe’ fasse capi’ vole il rimborso.
IV
S’ apprezzi pure il dialetto antico,
Ma non se parla più con quel linguaggio;
Mo l’asino non raglia solo a maggio,
Vola in aereo pure il beccafico.
Quello te spicch inglisc e ce fa il fico,
Questo d’ intramezzacce ci ha il coraggio
Un pezzo de francese: è un assemblaggio
De tecniche e de lingue che ‘n te dico!
Io dico bene e quello dice occhei,
Io vado fòri e quello fa il vichendi,
Mastica gomme, e io l’ammazzerei!
Ed a scuola a sti poveri istruendi
S’insegna lingua inglese; approverei
Se sapessero l’italo dicendi.
mercoledì 7 novembre 2012
Presso Booksprint Edizioni è uscito ieri il mio
VERSI SATIRICI di cui qui di seguito riporto la premessa.
PREMESSA
Questo volumetto raccoglie in una prima parte le composizioni scritte prima del 2000, nella seconda quelle scritte dopo il 2000. Sono composizioni che ho voluto scrivere in forma di sonetti, sia in opposizione alla struttura prosastica di molta poesia contemporanea, sia perché il sonetto sollecita il pensiero alla sintesi ed è tanto duttile da rendere efficace ogni genere di poetica, anche quella ironica e sarcastica.
La prima parte, quella intitolata “Prima del 2000”, si apre con sette sonetti raccolti sotto il titolo “Il mio linguaggio”. Vi dico perché ho scritto questi versi non nella lingua letteraria, ma in una sorta di parlato, una via di mezzo tra la lingua ed un dialetto non specifico, quasi a costituire una specie di idioletto, che qui chiamo “civilese” o “borghesano”.
Un “civilese” forse come reazione all’uso corrente della nostra lingua infarcita da mille inglesismi ed esotismi vari; e forse anche a fronte di un rapido decadimento dell’uso del dialetto, causato dalla moltiplicazione dei mezzi di comunicazione e dalla mobilità migrante.
Dopo “Il mio linguaggio”, si aggiunge “La crisi” in quattro sonetti, e poi “Il gioco delle carte” in sette sonetti e, quindi, “L’ammazzamento del Papa” in tre sonetti. In tutte queste composizioni mi sono divertito, satireggiando qua e là, con richiami e citazioni alla realtà della vita degli ultimi decenni del secolo scorso.
Nella seconda parte, quella intitolata “Dopo il 2000”, ho trattato due aspetti che mi hanno coinvolto per tutta la vita.
Il primo aspetto, in sei sonetti, è quello intitolato “I valori”, in cui ho scritto degli ideali cui avevamo orientato la vita noi giovani con la Resistenza e con la Ricostruzione repubblicana, poi vissuti nell’amarezza della delusione con gli avvenimenti dei decenni successivi.
Il secondo aspetto, che ho trattato in sedici sonetti, è quello intitolato “Chiacchiere”. Chiacchiere sono appunto le parole che designavano i valori scritti nella Costituzione e nelle nostre coscienze: parole turgide di significato che erano sangue caldo di noi giovani che ci nutrivamo di speranza. Parole il cui senso abbiamo visto demolito col tempo. Parole divenute poi solo chiacchiere, perché svuotate del loro contenuto con un’erosione progressiva di contro a una sempre più amara delusione. Una delusione dolorosa vissuta come ferita nell’anima di noi giovani che volevamo un mondo più giusto, senza più miserie per i più poveri e senza più privilegi per i più furbi. Ma la realtà è dei più furbi, purtroppo con i privilegi intatti, anzi aumentati. E questo è stato il nostro più cocente disincanto.
A questi sonetti poi se ne aggiungono altri sette intitolati “L’òmo” e altri tre con vario argomento, sempre però svolti con spirito satirico oltre al senso di amaritudine sotteso.
L’Autore
Questo è il link per accedere direttamente al sito
http://www.booksprintedizioni.it/libro/satira/versi-satirici e per leggere le prime dodici pagine
domenica 7 ottobre 2012
Pubblico qui di seguito gli stornelli satirici iniziali
del mio VERSI ORTICANTI pubblicato da Youcanprint
PERCHÈ CE ORTÍCO
Fior d’agrimonia,
Ce rosico a sto mondo de pecunia,
In cui tutto finisce in cerimonia.
Fiore de cardo,
M’arrabbio, me ce rodo e non demordoCon questo mondo ipocrita e bugiardo.
Fior de radicchio,
M’arrabbio con sto mondo e ce ridacchio,E il fegato de dentro me rosicchio.
Fioretto emetico,
A sto poeta alla parola estaticoCon l’ortica facciamogli solletico!
Fior d’albicocca,
Diamo a sto mondo un graffio per ripiccaE pizzicotti a chi ce tocca tocca!
Fiori montani,
A sto mondo de pifferi e cialtroniPer beffa ora battiamogli le mani!
Fior de patata,
Ai ciurmatori de morale ignotaFacciamogli un versaccio e una fischiata!
Fioretti a ciocche,
Diamogli un’orticata e quattro pacche
A sti poeti pieni de brilocche!
sabato 1 settembre 2012
Quattro miei
stornelli satirici sulla poesia contemporanea
tratti dal mio “Versi orticanti”- Edizioni Youcanprint.it -
Fiore de fratta,tratti dal mio “Versi orticanti”- Edizioni Youcanprint.it -
Sto poeta ce studia e ce cianchetta
E poi con due metafore ciabatta.
Fiore de fratta,
Il poeta ce coce l’aria fritta,
Condisce versi in prosa rarefatta.
Fior de viole,
I poeti so’ come le cicale,
Ce stanno in ozio e scrivono parole.
Fiore de nicchia,
Sto poeta sui versi ce sonnecchia,
Su sto mondo parecchio ce dormicchia.
sabato 4 agosto 2012
QUALE POESIA?
Qualche giorno fa sono stato in un paio di
grosse librerie. In ognuna ho trovato pareti di romanzi, scaffali pieni di saggi, collane di manuali, soprattutto libri di
cucina. Di libri di poesia direi neanche l’ombra; ma pure se ne intravvedevano
alcuni di A. Merini e qualche altro dei classici. Di contro, nei siti on line
c’è un mare di poeti, cioè un mare di coloro che intendono scrivere poesie.Senza voler procedere ad un’analisi di dati oggettivi, si ha la netta impressione che la poesia oggi sia solo una vaga aspirazione di molti, pensando al numero appunto degli aspiranti poeti. Se poi si guarda invece a quello che commercialmente è detto prodotto, cioè al complesso delle cosiddette poesie pubblicate comunque, allora ci si trova di fronte a sfoghi, a ricercate e fanciullesche emozioni, ad immagini di sogni ad occhi aperti, ad espressioni di sentimenti e risentimenti scambiati per creazioni poetiche. Al di là dalla forma, che non è secondaria, ma coessenziale con la poesia stessa.
Di là dalla forma, appunto, se possibile. Come mi è capitato poi di considerare le poesie lette alcuni giorni fa sul Messaggero svolte sul tema dello spread. Qui, diversamente dai siti, dodici poesie di dodici poeti fra i più noti di quelli odierni. Da trasecolare. Va bene che la poesia sembra essere estranea allo spirito del nostro tempo. Ne ho considerato un esempio parlando più sopra di due librerie. I libri di poesia non si vendono più anche per lo spirito del tempo. Spirito di prosa, tempo di parole rapide e di idee secche e veloci, di concetti su cui non ci si può soffermare per mancanza di tempo, che sfugge. Quando invece la poesia è raccoglimento, concentrazione, ascolto della vita, interiorizzazione che va oltre la misura del tempo.
Ma poi ci si mettono anche i poeti. Con la loro concezione della poesia. Poesia intesa come suoni di parole; come giochi di parole; come astrazioni del tutto soggettive e come tratteggio di crespe in superficie d’un tempo liquido e di un mondo rarefatto. Quando invece la vita ribolle e si fa strazio nella profondità dell’anima. Quando lo spirito si ribella e si lacera all’ipocrisia e alla perversità dell’ingiustizia dell’uomo verso l’uomo in questo sistema che è solo trama di lotte egoistiche per la selezione dei sopravviventi.
Ed allora si vede perché nessuno legge poesie. Si giustificano gli editori perché non pubblicano e non vogliono manoscritti di poesia, ma solo romanzi e libri di cucina.
Allora si pone concretamente il problema della riflessione sulla funzione della poesia nel nostro mondo, nella cultura del nostro tempo. Come responsabilità del poeta di fronte a se stesso, alla poesia, alla cultura. Ed anche come responsabilità verso l’uomo. Quindi verso la società. Perché il poeta non può parlare solo a se stesso.
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